Vladimir Putin? Non è un nazista, come l’inquilino del Cremlino taccia di essere gli ucraini e il governo che li guida: il suo modello è Benito Mussolini, con l’obiettivo di creare in Russia un tipico Stato fascista. A dirlo è Vladislav Inozemtsev, economista russo e direttore del Centro Ricerche sulle Società Post-industriali con sede a Mosca, in una analisi concessa al Sole 24 Ore.

Partendo dalla definizione di fascismo fatta da Robert Paxton, ovvero “una forma di comportamento politico connotato da un preoccupazione ossessiva per il declino, l’umiliazione o la vittimizzazione del proprio Paese e da un culo compensatorio relativo alla sua unità, forza e purezza, in cui un partito di nazionalisti militanti, cooperando in modo discontinuo ma efficiente con le élites tradizionali, calpesta le libertà democratiche e persegue con violenza purificatrice, e senza vincoli etici o giuridici, obiettivi di pulizia interna e di espansione fuori dai confini”, Inozemtsev traccia un quadro della Russia di Putin e della analogie col fascismo italiano di Mussolini.

Per l’economista russo il primo pilastro del fascismo russo è l’esaltazione dell’irredentismo e della militarizzazione: “Nella Russia putiniana le celebrazioni della Giornata della Vittoria sul nazismo hanno surclassato tutte le altre relative agli eventi storici dell’Unione Sovietica. Il culto di un passato glorioso ha fornito la giustificazione migliore per il riarmo. Nello stesso tempo, Putin ha alimentato il sentimento antioccidentale presentando la fine della Guerra Fredda come prodotto di complotto e tradimento, causa del crollo e della scomparsa dell’Urss”.

Quindi il secondo pilastro, la statalizzazione dell’economia gestita da burocrati alle dipendenze di Putin, da ‘tecnocrati’ che, scrive Inozemtsev, “in Russia è una parola per definire in positivo le virtù degli amministratori del Cremlino”.

Il terzo pilastro sono le “agenzie di controllo”, che servono allo Zar Puti insieme alle armate paramilitari per essere sul territorio. Al loro comando, sottolinea l’economista, sono stati posti “i più fedeli compagni di Putin”: è il caso delle forze armate, il ministero dell’interno, il Servizio di sicurezza federale, il Servizio di guardia federale, il Comitato investigativo e la Guardia nazionale.

Quarto pilastro evidenziato da Inozemtsev è il simbolismo e la propaganda che sono “elementi fondamentali di tutti i regimi fascisti”, con i tentativi di mettere sotto accusa “ogni lettura alternativa dei fatti”, anche perché “lo Stato detiene il controllo di tutti i principali mass media” e la propaganda del Cremlino è talmente solida “da riuscire a stare in piedi tuttora”.

Un fascismo di Putin che per Inozemtsev nasce “all’inizio degli anni 2000, quando ebbe a definire il tramonto dell’impero sovietico la più grande catastrofe geopolitica del XX secolo. Si è poi intensificato nel tempo con l’aggressione alla Georgia e l’annessione della Crimea. Durante tutti questi anni, noti e ingenui studiosi occidentali hanno descritto la Russia come un “Paese normale”, sforzandosi di comprendere meglio e in modo più approfondito questa forma di ‘democrazia sovranista’”. Oggi con l’invasione dell’Ucraina, aggiunge l’economista, “la questione del fascismo russo ha smesso di essere soltanto di interesse teorico”.

Redazione