Per Piero Fassino, già segretario nazionale dei Democratici di sinistra e sindaco di Torino, la politica estera è sempre stata una passione coltivata e praticata nel corso della sua storia politica, da sottosegretario agli Esteri, ministro per il Commercio con l’estero e oggi da presidente della Commissione Affari esteri della Camera dei deputati. Con Il Riformista, Fassino discute della guerra che sta marchiando l’Europa e insanguinando l’Ucraina.

Presidente Fassino, che guerra è quella scatenata da Vladimir Putin?
Una guerra scatenata invocando minacce inesistenti. Dalla caduta del muro di Berlino ad oggi chi avrebbe minacciato la sicurezza della Russia? Non certo l’Ucraina. Non l’Unione europea che in trent’anni ha coltivato rapporti estesi di cooperazione al punto da diventare il primo partner economico di Mosca. Né hanno minacciato la Russia gli Stati Uniti che considerano la Cina il loro principale competitore potenzialmente conflittuale. E neanche la Nato ha minacciato Mosca, tant’è che da quindici anni è operante un Consiglio di cooperazione Nato-Russia. È Putin che minaccia la stabilità e la sicurezza dell’Europa. Una guerra di concezione novecentesca a cui l’Europa, per brutalità e dispiego di armi, non assisteva da decenni. Un conflitto che ci riporta drammaticamente indietro agli anni della guerra fredda, ad una spartizione fuori tempo del mondo in sfere di influenza, rieditando la dottrina brezneviana della “sovranità limitata” che nel tempo di oggi nessuna nazione accetta. Putin sapeva benissimo che Kiev non avrebbe mai potuto accettare una rinuncia alla propria sovranità sui territori delle autoproclamate repubbliche separatiste del Donbass, né vedo come qualsiasi altra nazione consentirebbe sotto minaccia l’annessione di una porzione del proprio territorio a uno Stato straniero. Putin ha intrapreso questa strada sicuro di una rapidissima vittoria e di un immobilismo da parte dell’Occidente. Quindici giorni dopo, invece, la Russia è di fronte a ben diverso scenario. La resistenza ucraina, nonostante la soverchiante superiorità dei russi, sta dimostrando una tenacia che a Mosca non avevano previsto. La scommessa di dividere l’Occidente è stata persa clamorosamente e, in patria, le dimostrazioni di piazza dimostrano che il consenso per Putin e per la sua guerra non è affatto unanime. E sull’economia russa stanno già sentendosi gli effetti delle pesanti sanzioni decise dall’Occidente. E qualunque sia l’esito di questo conflitto, d’ora in poi chi si fiderà della Russia?

C’è chi sostiene che se si vuole evitare una Guerra atomica con la Russia si deve trattare. Ma lo si può fare sotto ricatto nucleare?
Nessuno contesta che la Russia sia una potenza di cui tenere conto e con cui affrontare ogni tema di comune interesse. E lo strumento per dirimere contenziosi non può che essere la trattativa e il negoziato. È ciò che ha chiesto ripetutamente la comunità internazionale, anche in queste ore, anche sotto il fuoco dei bombardamenti. Nessuno ha chiuso la porta alla via negoziale. È Mosca che ha scelto la via della forza e ha rifiutato finora ogni trattativa. Le dichiarazioni del Presidente Zelensky sulla disponibilità a trattare, anche accogliendo l’ipotesi della neutralità, è segnale importante e rappresenta un passo in avanti assolutamente non scontato, che il Cremlino dovrebbero valutare con la massima attenzione. Certo, per gli ucraini trattare con chi tiene la pistola sul tavolo rende tutto più difficile, così come la pretesa russa di un accoglimento incondizionato delle sue rivendicazioni. A sollecitare Putin a trattare ci ha provato Macron, ci ha provato Scholz, ci ha provato Blinken. Israele e Turchia si sono resi protagonisti di una mediazione che Putin sembra non voglia nemmeno considerare. In questo quadro, poi aumenta ogni giorno la schiera di Paesi – anche di nazioni non ostili a Mosca – che danno voce alla forte preoccupazione delle loro opinioni pubbliche per questo sconvolgente conflitto. E l’isolamento internazionale di Mosca, giorno dopo giorno, è sempre più evidente. Vero è che sin da subito si sarebbe dovuto insistere per un negoziato che non vedesse la partecipazione al tavolo delle sole due parti contendenti, ma anche di soggetti terzi capaci di assistere, accompagnare, favorire il negoziato e di garantirne i risultati. E oggi, alla luce di una crisi sempre più grave che rischia di precipitare in un conflitto catastrofico bisogna agire subito con la massima rapidità con una iniziativa internazionale che ottenga una tregua e apra la strada a un negoziato assistito da soggetti garanti.

C’è chi sostiene che per Putin la vera minaccia è l’esperienza democratica che in Ucraina si stava sviluppando. Un’esperienza che, visti anche i profondi legami tra ucraini e russi, avrebbe potuto mettere a rischio il regime “putiniano”. Condivide questa chiave di lettura?
È stato Putin a dichiarare qualche tempo fa che la Russia e una “democrazia illiberale”, definizione che in realtà è un ossimoro perché la democrazia si fonda su valori liberali. Quell’espressione rappresenta in realtà una torsione autocratica della democrazia. E d’altra parte parlano i fatti: il caso Navalny, lo scioglimento di Memorial, le restrizioni alla attività delle organizzazioni di società civile, la repressione delle manifestazioni di dissenso, dicono che in Russia il rispetto dello stato di diritto e degli standard democratici sono ogni giorno insidiati da una gestione autocratica del potere. Ed è evidente perché Mosca guardi con ostilità l’adesione dell’Ucraina a due organizzazioni, Ue e Nato, ispirate dai valori democratici. Quanto in particolare alla adesione dell’Ucraina alla Nato, è stato chiarito ripetutamente – e il Cancelliere Scholz lo ha detto a Putin in modo netto – che la questione non è all’ordine del giorno Nato. Caduto questo pretesto Putin ha invece virato strumentalmente sulla sedicente “denazificazione”, un espediente terminologico dietro al quale ha tentato di giustificare una invasione decisa da tempo, come dimostra lo schieramento di quasi duecentomila soldati ai confini dell’Ucraina. E quanto alla adesione alla Ue è un dato che la grande maggioranza dell’Ucraina guarda all’Unione Europea, non a Mosca. Putin vorrebbe ripristinare una sorta di protettorato sui territori dell’ex Unione Sovietica, ma il quello del colonialismo e delle sfere di influenza, dei protettorati imposti con la forza è un tempo passato. E questo Putin pare non volerlo accettare. Non può certo essere il Cremlino a determinare e a condizionare le decisioni, soprattutto di politica estera, di paesi sovrani e indipendenti. La storia non può tornare indietro.

Come valuta l’atteggiamento fin qui tenuto dall’Occidente, soprattutto da Stati Uniti, Europa e Nato?
Mai di fronte ad un conflitto di queste proporzioni l’Europa era apparsa così coesa. Non durante la guerra in Iraq che anzi divise molti paesi aderenti alla Nato, e nemmeno durante la missione in Afghanistan, dove pure qualche distinguo era apparso. Mai era accaduto che l’Unione sollecitasse e ottenesse dai Paesi UE, in modo unitario e nel giro di pochissimi giorni, una decisione così rilevante come il sostegno attivo alla Ucraina. La pandemia prima e ora l’invasione ucraina stanno cambiando, anzi hanno già cambiato, il profilo e la fisionomia dell’Europa. La risposta al Covid19 e il varo del Pnrr hanno impresso una accelerazione senza precedenti nel modo di affrontare le sfide globali, le emergenze e le politiche di sviluppo. E così oggi la crisi ucraina sollecita la Ue a un salto in avanti nel dotarsi di una politica estera e di sicurezza comune, superando le “gelosie nazionali”. Certo, anche in questa crisi sono emerse delle fragilità europee, ma è prevalsa in tutti i governi la consapevolezza che quando è in gioco la libertà di un popolo, è in gioco la libertà di tutti e ognuno è chiamato a concorrere alla sua difesa. Quello europeo è stato un sussulto per la libertà, che ha giovato anche a rinnovare il rapporto con gli Stati Uniti agli occhi dei quali, anche grazie all’amministrazione Biden, siamo tornati ad essere un interlocutore fondamentale e imprescindibile. Va de sé che un rapporto stretto, fiduciario, tra Ue e Usa renda poi più forte la Nato dalla quale, ricordo, dipende la nostra sicurezza: ogni tentativo di indebolire la solidarietà transatlantica rappresenta un grave danno prima di tutto a noi stessi, alla nostra libertà.

I pacifisti sostengono una “neutralità attiva” da parte dell’Europa e dell’Italia in questo conflitto e contestano la decisione del Governo italiano di inviare equipaggiamenti militari all’Ucraina. Lei come la vede?
Questo non è un conflitto esotico, in terre lontane. Questa è una guerra alle porte di casa, le cui conseguenze sotto il punto di vista politico, umanitario ed economico, ci investono in prima persona come Italia e come Europa. Così come sono investite le nostre coscienze di cittadini democratici di fronte all’orrore a cui stiamo assistendo. E non solo per solidarietà fine a sé stessa. L’Italia dice la Costituzione, “ripudia la guerra come strumento di offesa” operando in un quadro di perfetta legittimità, non solo morale, ma anche costituzionale. E sostenere l’Ucraina è pienamente coerente anche dal punto di vista del diritto internazionale, in primis con l’art. 51 dello Statuto delle Nazioni Unite che sancisce, molto chiaramente, il diritto naturale alla autodifesa per un paese aggredito da un attacco armato. Neutralità attiva non è solo una contraddizione in termini, ma mi sfugge quale sarebbe la sua declinazione nel concreto. L’Ucraina è sotto una aggressione armata che ne ha violato sovranità e integrazione territoriale. Essere per la pace non può tradursi in una equidistanza tra aggredito e aggressore. E se l’aggressore usa le armi, l’aggredito è obbligato a difendersi nello stesso modo. Le sanzioni colpiscono l’economia, ma non fermano i bombardamenti e i carri armati. Se pacifismo vuol dire che si debba rimanere inermi e limitarsi alle sole sanzioni mentre un ospedale viene bombardato o una famiglia viene trucidata per strada mentre tenta di fuggire, allora fatico, alla luce di questa lettura, a cogliere il significato del termine “pacifismo”. Essere semplici spettatori di un massacro, non è pacifismo.

Esperto di Medio Oriente e Islam segue da un quarto di secolo la politica estera italiana e in particolare tutte le vicende riguardanti il Medio Oriente.