La diplomazia delle armi e l’arma della diplomazia. Trattare ma su che basi? Il Riformista ne discute con uno dei più autorevoli analisti italiani di geopolitica: Alessandro Politi, direttore della Nato Defense College Foundation, l’unico centro di ricerca non governativo affiliato direttamente alla NATO. Docente di geopolitica, geoeconomia ed intelligence presso la SIOI, docente di gestione di conflitto, crisi, pacificazione ed analisi presso istituti di formazione governativi, è facilitatore del gruppo Global Shapers del WEF. È stato autore, coautore o curatore di almeno 25 tra monografie e libri di carattere strategico e di politica internazionale.

Professor Politi le definizioni sono sostanza, soprattutto in vicende drammatiche come quelle che da due settimane insanguinano l’Ucraina. Le chiedo: che guerra è questa?
È una guerra di aggressione, non c’è molto da girarci intorno. Le motivazioni, vicine e lontane, possono essere materia di discussione si spera non sterile. Chi ha deciso di varcare i confini. Chi ha deciso di attaccare le forze armate ucraine, le città, non è che queste cose si fanno da sole. Le armi da sole non sparano. Quella di Vladimir Putin è stata una decisione calcolata, pianificata da tempo. Una decisione che comunque rivela debolezza…

Perché debolezza?
Secondo me Putin poteva ottenere praticamente tutto per via negoziale. Certo, devo anche ammettere che se l’intento era di fare riconoscere all’Ucraina la legittimità di quello che era illegale, come l’annessione della Crimea, no, questo non credo che l’avrebbe potuto ottenere negoziando. È interessante che Putin sostenga che l’aggressione dell’Ucraina sia sacrosanta, mentre adesso senta il bisogno di vedersela certificata dall’Ucraina stessa. Però credo che nel momento in cui lui ha firmato l’indipendenza di quelle due repubbliche separatiste che nessuno riconosce, Putin abbia capito che questo Biden non glielo poteva dare, questo glielo potevano dare solo gli ucraini, e gli ucraini non glielo avrebbero mai dato se non costringendoli con una guerra.È una cosa assolutamente “clausewitziana”: la guerra si fa per ottenere un risultato politico. Se questo è l’obiettivo di guerra, che non era quello dichiarato prima, non era la demilitarizzazione, non era la denazificazione (anche se si capisce poi che en passant si fanno diverse cose), se questo è l’obiettivo, l’Ucraina glielo può dare sotto la minaccia delle armi, come sta accadendo. Tuttavia la fretta indica una fragilità: sarà legata forse alla salute oppure alla sensazione che la sua stagione si stia chiudendo o ad altri fattori che non conosciamo, ma resta la valutazione che questa guerra non sarà utile agli interessi nazionali russi nel dopodomani e che l’isolamento renderà Mosca più satellite di Pechino di quanto tutti desiderino.

Di fronte a questo scenario, come valuta la risposta fin qui data dall’Occidente, inteso soprattutto come Stati Uniti, Europa e Nato?
Un tempo c’era l’Occidente e si sapeva cosa fosse. Ora è qualcosa dai confini molto più incerti. Ciò premesso, la risposta degli Stati Uniti è stata una risposta, nell’immediato, molto unilaterale. Non poteva discutere ufficialmente sullo status dell’Ucraina, ma sottobanco sì. La relazione, pubblica, di Lavrov al Consiglio di sicurezza russo dice che Washington come i suoi alleati europei non erano disposti a discutere di questo tipo di temi. Tutto il resto, trattati, trasparenza, missili, andava bene, ma il punto politico posto da Putin era quello là. E questo non andava. Dopodiché gli Stati Uniti si sono impegnati in una strenua campagna di prevenzione della guerra attraverso la pubblicazione delle intenzioni che loro avevano valutato di Mosca. Questa comunicazione è avvenuta su due livelli: uno è quello classificato, dove gli americani qualcosa devono aver mostrato ad alleati e partner per dire: “Guardate che i Russi fanno sul serio”. Però a livello di opinione pubblica questa comunicazione è stata praticamente inesistente, non si può pretendere che ti si creda sulla parola, quando nel 2002 sulle armi di distruzione di massa in mano a Saddam Hussein purtroppo non si è stati credibili. Se volevano convincere l’opinione pubblica di questo, lo sforzo fatto non è stato adeguato. Forse non interessava. La reazione dei Russi è stata molto bilaterale, anche sulla faccenda, molto eclatante, dell’allerta nucleare. Cosa che in Europa ha impressionato tutti, non altrettanto negli Stati Uniti, che non hanno mai creduto davvero a questa minaccia.

E la Nato?
Un capitolo più semplice da trattare. Perché alla fine, nonostante si sia evoluta, cresciuta, la Nato è rimasta, nella missione essenziale, sostanzialmente un’alleanza difensiva. Per cui la difesa di un alleato scatta con l’articolo V. E l’articolo V è stato invocato una sola volta in tutta la storia dell’Alleanza atlantica. E fu un suggerimento europeo, di cui all’inizio gli americani non erano convinti, salvo poi ricredersi. Quell’unica volta si determinò con l’attacco alle Torri Gemelle, l’11 Settembre del 2001. L’unica volta. È evidente, per tornare all’oggi, che la Nato ha risposto nel solo modo in cui poteva effettivamente rispondere…

Vale a dire, professor Politi?
Rinforzando la deterrenza ai confini con l’Ucraina e con i Paesi baltici. Questa è stata la risposta della Nato. Una risposta prima di tutto politica. Il messaggio inviato al presidente russo è chiaro: non siamo divisi e incerti, sappiamo dove stiamo e siamo pronti a difendere i nostri alleati, anche quelli più piccoli. L’Ucraina è un partner, quindi no. Tant’è che l’invio sottobanco di armi agli ucraini, avviene su base bilaterale. Non è un invio Nato. Ovviamente nella Nato ci saranno state anche discussioni sulle minacce nucleari di Putin, ma alla fine la decisione su cosa fare, su questo piano, riguarda gli intendimenti nazionali di Stati Uniti, Francia e Regno Unito, le potenze nucleari dell’Alleanza.

Veniamo all’Europa.
Il caso più difficile. Perché l’Europa è molto importante per l’Ucraina e per la Russia. L’Ucraina senza gli aiuti europei collassava già. Al tempo stesso diversi Paesi dell’Unione europea, sono ancora fortemente interdipendenti dal gas russo. L’Europa coltiva un’ambizione politica di essere più geopolitica. E qui si manifestano tutta una serie di difficoltà.

Quali?
Beh, ad esempio, Borrell (l’Alto rappresentante dell’Ue per la politica estera e di sicurezza, ndr), non è mai stato considerato un interlocutore serio da parte di Putin. Putin ritiene che l’unico interlocutore serio siano gli Stati Uniti. A torto o a ragione, ma è così. La Commissione europea con la presidenza di Ursula von der Leyen, dice di essere una Commissione più geopolitica. Ora, capisco che da zero a qualcosa lo scarto è enorme, ma tutto questo “geopolitismo” della Commissione ancora non lo vedo. Però faremo prestissimo a vedere se questa Commissione è seria o no, perché bisogna fare la “bussola strategica” europea. Se tutto si ridurrà a un documento burocratico, questa “bussola” avrà fatto cilecca fin dal suo nascere. E questo rischio potrebbe correrlo anche la Nato.

Su che basi fonda questa affermazione?
Perché gli americani ci sono, ma la loro testa chiaramente è da un’altra parte. Perché c’è la Cina che incombe, perché c’è la ricostruzione interna. L’attenzione americana per la Nato esiste, è concreta, ma non è il suo solo, o comunque il principale, pensiero. Per tornare all’Europa, noi abbiamo un problema serissimo…

Di che si tratta?
Adesso si parla di nuovo di Corpo d’intervento rapido. Sono trent’anni della mia carriera che sento parlare di queste cose. Ed io sono un europeista convinto. Ebbene, è dal 2005 che l’Europa ha creato i famosi Gruppi da battaglia, 2.500 persone da impiegare quando servono. Ed è dal 2005 che non li ha mai, mai, mai schierati da nessuna parte. A partire dalla presidenza Obama, l’Europa è stata incoraggiata, con molta discrezione, dagli americani nel, per dirla con Nanni Moretti, fare qualcosa di sinistra, o almeno fare qualcosa… Non è successo niente. Se ci fosse stato il giusto voto europeo, a quest’ora avremmo schierati 2.500 uomini, in Romania, in Polonia… Nada de nada. Lo spero ancora, ma confesso che le mie aspettative si sono ridotte tantissimo.

Per ultimo vorrei tornare all’attualità. Mentre le operazioni militari sono entrate nella terza settimana, il presidente Zelensky si è detto disposto a trattare su Crimea e Donbass. Si apre uno spiraglio?
È uno spiraglio tutto da valutare. Domani (oggi per chi legge ndr) s’incontrano Lavrov e Kuleba, i ministri degli Esteri delle due controparti, in Turchia. La forma è significativa, vediamo la sostanza. Trattare con la pistola alla tempia è duro, ma gli ucraini sapranno riconoscere quali sono gl’interessi nazionali primari ed impellenti e quali importanti nel più lungo termine.

Esperto di Medio Oriente e Islam segue da un quarto di secolo la politica estera italiana e in particolare tutte le vicende riguardanti il Medio Oriente.