A Salvini manca ogni felice doppiezza che sempre costituisce l’anima del politico. La stessa maschera indossata nella spiaggia estiva viene ora esibita nel palazzo d’inverno romano. Gestisce le sottili trame di Montecitorio con le medesime pratiche urlanti dell’intrattenitore che straparla nella discoteca della riviera. Recita con l’abito da cerimonia la stessa parte irrazionale che predilige aspirando in mutandoni ai pieni poteri. Un disastro che conduce alla deriva la seconda carica dello Stato e riempie il capitano di tanti lividi che lo degradano come leader di uno schieramento che ora è allo sbando.

In un quadro politico che non ha più i tratti di sistema, e in cui anche un fisiologico ritardo nella elezione del capo dello Stato diventa un segno angosciante di patologia, egli ha osato accarezzare il sogno impossibile della spallata, uscendo dallo scontro frontale piuttosto malconcio e con la perdita di ogni autorevolezza politica nel suo campo acefalo. I grandi elettori precipitano in un contesto di assemblearismo puro che non consente ai leader (anche a quelli più lucidi del capitano) di governare le operazioni secondo un accorto disegno politico. Il controllo dei rappresentanti è impossibile e i galloni esibiti dai capi diventano sempre più appassiti. Questo quadro altamente friabile avrebbe dovuto consigliare a Salvini la via della cautela come la sola percorribile e il metodo della trattativa come l’unico produttivo.

E invece ha scelto la scorciatoia della guerra di movimento senza alcuna adeguata considerazione di uno spazio di ambiguità strutturale entro cui le trattative si susseguono nell’incertezza circa l’esito effettivo degli ammiccamenti. Nessuno sa la reale consistenza delle proprie forze e non c’è in scena chi sia in grado di percepire l’ampiezza delle truppe a disposizione dell’avversario. Dentro gli schieramenti, e all’interno di ciascun partito, le divisioni sono molto profonde e fare sintesi tra gli eterogenei diventa un’impresa ardua. Gli scambi, che sempre accompagnano l’elezione del presidente, poggiano su basi precarie data la frammentazione e il sospetto che dilagano in un parlamento rimasto fuori ogni controllo dei leader.

Ad un universo politico così liquido, e però desideroso di una minimale stabilità, Salvini regala solo tempesta. Egli fa cioè lo stesso gioco di Giorgia madre e cristiana. E però la sua condotta corsara scatena i 70 franchi tiratori che decidono di affossare Casellati per inseguire le ultime carte di un disegno centripeto capace di resistere alle derive centrifughe insite nel duello ad alto rischio Salvini-Meloni. Poiché la scottatura della destra avviene per un corto circuito da se stessa alimentato, e non per l’iniziativa incisiva di un centro sinistra che in verità non è mai stato in una posizione influente, qualunque sarà la soluzione concordata tra gli attori la sorte della legislatura sembra compromessa. È difficile garantire una governabilità sorretta dalla sola riluttanza del capitano a incoronare Giorgia come la nuova sovrana della destra che invoca la rigenerazione delle urne.

Cosa promettere e come trovare i contraenti più adatti diventano dei postulati evanescenti in un parlamento che, avendo sensibilmente ridotto la propria composizione numerica, vede i capi in disarmo perché non dispongono più degli argomenti tradizionali che agitavano la ricandidatura come punizione o premio. Sopravvivere qualche mese ancora diventa la sola prospettiva convincente e il comportamento di voto dei peones è incollato al miraggio di prolungare l’agonia della legislatura almeno sino ad ottobre. Senza uno scopo di partito convincente, e in mancanza della garanzia per gli eletti di coltivare con credibilità una residua ambizione personale, i mille grandi elettori assumono il volto di una folla misteriosa che accantona la razionalità di medio periodo e si arresta dinanzi alla rincorsa di una qualche convenienza immediata.

Il sostegno all’eterno metapartito democristiano che risorge dalle ceneri con il volto cattolico ultrasecolarizzato di Casini, l’appoggio al tecnocrate che si trasferisce al Colle per lucrare i meriti acquisiti o il voto in massa per Mattarella come prescrizione coatta nel segno di una sorta di “obbligo Quirinale”, dipendono per il grande elettore dalla risposta alla domanda fatidica: chi è in grado di rendere più lenta l’eutanasia della legislatura? Il guaio è che nessuno ha in dote il balsamo della sopravvivenza. Nella situazione incandescente del dopo spallata, anche l’incontro riparatore Salvini-Letta-Conte appare come una mossa troppo tardiva concordata tra capi incerottati e reciprocamente sospettosi.

Questo correre ai ripari dopo aver provocato i cocci è l’errore strategico della destra che non restituisce le stellette al capitano, ma gli effetti perversi colpiscono anche il Pd, che sembra aver giocato solo di rimessa, non per scelta ma per miopia. Con le prospettive di un accordo che segue il fallimento odierno è difficile mettere ordine e ricucire uno strappo che appare troppo profondo. Giunti a questo grado di polverizzazione degli attori, il presidente forse si riesce ad eleggere in fretta, ma il tampone concordato non può salvare una legislatura che pare giunta agli sgoccioli, con un nuovo centro sinistra mai nato e un centro destra che non esiste più.