Tante, troppe informazioni. Tante da far venire il mal di testa. Un’emicrania che colpirebbe oggi la testa stessa del Paese, ci dice l’ex direttore del Corriere della Sera – di cui oggi è editorialista – Paolo Mieli. Urge selezionare quel che va ricordato, elaborarlo selettivamente. Perché solo se archiviamo correttamente notizie e idee sapremo poi farvi ricorso al momento giusto e trarvi il meglio. Lo sostiene anche nel suo ultimo libro La terapia dell’oblio (Rizzoli, pp. 275, euro 18).

Dimenticare, nel paradosso di Mieli, per ricordare meglio.
Dimenticare è necessario. La mente umana non può mantenere tutto ciò che lì per lì ci sembra degno di attenzione. Deve mettere ordine. Obliare. Che significa non dimenticare sciattamente ma disporre di dossier, da archiviare per ritrovarli. Senza lasciare carte confuse sul tavolo della vita dove resteranno, solo le carte che servono per affrontare il futuro. Va sottoposto alla terapia dell’oblio tutto ciò che è tossico perché l’alternativa sarebbe dimenticare a casaccio. Un lavoro tanto necessario che ogni terapista ti consiglia che una corretta terapia dell’oblio è quella che ti consente di girare pagina e continuare a vivere. Una terapia che forse servirebbe al Paese, che sembra spesso bloccato da diatribe irrisolte e da posizioni irrigidite.

Nella sua memoria c’è qualcosa a cui non puoi rinunciare?
Nella memoria personale, sicuramente sì. Nella memoria professionale qualsiasi cosa può e deve essere archiviata, e quasi qualsiasi cosa – se siamo convinti di questa teoria – può essere obliata. Da storico, però, fisso cose inobliabili, è chiaro. Una? Essendo di origini ebraiche, la Shoah. Capisaldi che non possiamo dimenticare.

Gli ebrei oggi festeggiano Sukkot, il giorno della Capanna. Avverte la necessità di costruire una capanna diversa in cui portare una memoria rinnovata?
Avverto la necessità di fare continuamente lavori nella nostra casa. Se ogni giorno, in ogni momento, si sottopone la casa a una messa in ordine, non sarà necessario abbandonarla. Poi è chiaro, c’è il caso di chi è costretto dalle circostanze ad abbandonare la propria casa e vivere un esodo. E ci sono quelli che sono incapaci di sottoporre la propria mente alla terapia dell’oblio, riproponendo loro stessi come esempi di continuità perfetta.

La professione di coerenza come virtù morale.
Ci sono quelli che dicono che loro sono stati sempre coerenti mentre il mondo intorno cambiava; sono gli stessi che si descrivono da sempre dalla parte del bene contro la causa del male. In realtà quando vai a rivisitare le biografie, come storico, ti rendi conto di quanto siano state incoerenti. La maggior parte delle volte si tratta di felice incoerenza. E poi nessun personaggio può essere del tutto per il bene contro il male: bene e male sconfinano sempre l’uno dentro l’altro.

“Chi non ha memoria non ha futuro”.
Della frase di Primo Levi sono molto convinto. E infatti la mia è una terapia per la memoria: la memoria autoassolutrice, inzeppata di elementi, non è una buona memoria. La memoria che pone il passato nella giusta prospettiva, ti consente di avere futuro.

Esiste un problema di competenza storica? La nuova classe dirigente sa cosa farsene della memoria?
No, non hanno molta memoria, ma vale anche per i politici di ieri e dell’altro ieri. In genere i politici hanno una memoria adattabile. Fanno eccezione quelli nati a ridosso di grandi eventi traumatici, come le guerre. Oggi può accadere tutto e il suo contrario. Può accadere che la Lega che era federalista in chiave antimeridionale diventa patriottica e sovranista. Può accadere che i due partiti che più aspramente si sono fronteggiati per decenni, la Dc e il Pci, si ritrovano insieme a dare vita al Pd. La politica professa coerenza per le proprie origini ma in realtà non è mai così: si adatta al momento in cui vive, mutando tutto quel che può mutare per andare incontro allo spirito del tempo.

Lo spirito del tempo ci porta nelle aule dei tribunali. Salvini oggi a processo per la Gregoretti, anche lui finisce nella schiera dei leader fermati dalla giustizia, all’apice della carriera.
Ci occupiamo del processo della Gregoretti che ha inizio oggi, ma è chiaro per chiunque non sia ipocrita che la magistratura ha preso la decisione di dedicare a Salvini una sfilza di processi. Anche se in questo riuscirà a salvarsi, prima o poi un processo in cui gli rimane il piede nella tagliola ci sarà. L’ultimo che ha subito questa sorte è stato Berlusconi e aveva dietro una struttura di avvocati. Questa tecnica dei processi ti cambia come essere umano. È ovvio che uno che deve occuparsi di decine e decine di processi, poi di tempo per l’attività politica ne avrà sempre meno.

C’è sempre chi spera che la magistratura riesca dove non si arriva con gli elettori.
È evidente. Il minimo comune denominatore di chi ha avuto la vita distrutta dall’incontro con la magistratura è quello di essere prevalentemente dalla parte opposta a quella dei duri e puri, dei giustizialisti. Vale per Craxi come per Renzi.

Chiedo allo storico: sono quasi trent’anni che la magistratura fa carne di porco della politica.
L’avventura di politici finiti a processo riguarda tutta la storia d’Italia, dall’unità a oggi. Certamente cambia in modo sistematico dal 17 febbraio 1992 quando con l’arresto di Mario Chiesa inizia una nuova stagione. All’inizio era diverso, perché c’erano tante persone, tra le quali mi metto io stesso, che credevano fosse una cosa salutare, anche perché occasionale, straordinaria.

Poi abbiamo visto che i magistrati sostituivano i loro arrestati, fondando partiti giustizialisti.
Una cosa davvero bizzarra, magistrati che prendevano il potere candidandosi dalla parte opposta a quella dei loro arrestati. Una strada che mi ha fatto venire seri dubbi. Mi piacerebbe vivere un decennio in cui gli affari della politica siano regolati dal voto e non dalle toghe. Lo dico perché penso di essere una persona intellettualmente onesta ma anche perché penso che dai e dai da questo tipo di sistema può essere pericoloso. Può venir fuori come forma di reazione, una sorpresa autoritaria.

Come reazione allo strapotere dei magistrati?
Un leader forte che decide al di fuori del sistema delle elezioni, della libertà di stampa e della magistratura. Un cannoneggiamento costante che indebolisce il sistema politico favorisce l’uscita dalle regole democratiche e l’arrivo di un uomo forte, più forte dei magistrati che provano a piegarlo.

Intanto ci provano con Salvini, a Catania.
Una vicenda tanto controversa da vedere un magistrato chiedere di non andare a processo. Per non parlare delle telefonate di Palamara, “Salvini avrà pure ragione ma va attaccato”. Certo, Salvini è stato arrogante. Ma non si può fare un processo per tracotanza. La differenza tra tracotanti e non tracotanti viene premiata dagli elettori, semmai. Non si fa un processo per sequestro di persona aggravato per una cosa così.

Un processo farsa?
La vicenda è tutta politica e riguarda come tutti sanno una decisione assunta dal primo governo Conte. C’è addirittura un’istanza del presidente del Consiglio al ministro degli Interni che a un certo punto gli chiede di favorire lo sbarco di donne e bambini, mentre gli uomini rimangono a bordo. Cosa che peraltro il ministro Salvini esegue. Non è la cronaca di un sequestro.

Ma la storia di un ennesimo processo politico.
I politici possono e debbono essere processati, intendiamoci. Ma quando questo modus operandi si ripropone sistematicamente, mese dopo mese, anno dopo anno, favorendo la fine delle esperienze di governo sgradite – è successo con Berlusconi, ma anche con Prodi: si ricordino le manette nella notte, in casa Mastella – allora viene da dire veramente basta. Sono 27 anni che funziona così.