C’è una circolare della Procura generale della Corte di Cassazione – dunque una solennissima circolare – che stabilisce che per un magistrato chiedere una raccomandazione a Palamara non è reato. Non è neanche illecito disciplinare. È semplice “autopromozione”. Si chiama così. Se ho capito bene “autopromozione”, per i magistrati, equivale a quello che per i politici viene definito “traffico di influenze” (dai 1 anno a 4 anni e mezzo di prigione) o addirittura corruzione (dai 4 ai 10 anni). L’autopromozione però non è a doppio senso: non è reato per chi dovesse chiedere e ottenere un favore da Palamara (e diventare Procuratore o Aggiunto o presidente di tribunale), è reato invece per Palamara che riceve e accoglie o respinge l’autopromozione. Come conseguenza di questa circolare, il processo a Palamara dovrà svolgersi – come si sta svolgendo – evitando le indagini, dal momento che i reati e gli illeciti non esistono, o comunque sono cancellati dall’Amnistia-Salvi. Il processo deve limitarsi a proclamare la condanna di Palamara e il suo allontanamento dalla magistratura.

In Italia, nel passato – prima che fosse approvata la riforma costituzionale del 1993 che praticamente le ha impedite – ci sono state molte amnistie. In genere però erano provvedimenti di clemenza erga omnes, come si dice in latino, cioè che riguardavano tutti gli imputati, non solo una categoria. L’unica amnistia “parziale” che si ricordi è quella molto famosa del 1946, scritta e curata dal ministero della Giustizia dell’epoca che si chiamava Palmiro Togliatti ed era il capo del Pci: amnistiò i fascisti. Fu un gesto clamoroso e servì a ricostruire un clima di riconciliazione, dopo la guerra civile. I fascisti però, prima di essere amnistiati, furono sconfitti (alcuni di loro anche fucilati). I magistrati invece ottengono una amnistia da eterni vincitori. Chi è stato sconfitto sono i cittadini: gli imputati. Quando si dice “amnistia tombale” si intende questa cosa qui: nella tomba ci finiscono gli imputati.