Il Corriere della Sera ieri ha pubblicato un articolo di fondo – come si diceva una volta – di Paolo Mieli che risulta una frustata in faccia alla magistratura e al suo sistema di potere. Mieli si occupa del caso Palamara e poi del caso Davigo, e racconta di come la magistratura italiana abbia deciso di respingere l’occasione per rimettersi in discussione, e per autoriformarsi, e di come un’icona della magistratura d’assalto, qual è Davigo, al momento sia all’assalto solo della sua propria poltrona di consigliere del Csm.

Naturalmente in questo riassunto che ho fatto dell’articolo c’è un pochino di mia interpretazione. Ma non tanta, e non c’è forzatura. Mieli ripercorre tutte le tappe del caso-Palamara, fino al processo davanti al Csm che si è aperto nei giorni scorsi, in modo molto oggettivo e rigoroso; descrive il rifiuto del Csm di ascoltare i testimoni chiesti da Palamara a sua difesa, perché ritenuti imbarazzanti per l’istituzione magistratura; e poi racconta della decisione di Piercamillo Davigo di opporsi al proprio pensionamento (previsto dalla legge) e di come questa decisione abbia comunque costretto il Csm a stringere al massimo i tempi del processo contro Palamara in modo da concludere prima che Davigo compia i 70 anni. (Non era ancora mai successo nella storia dei processi, almeno nel dopoguerra, che un processo qualsiasi dovesse concludersi necessariamente prima del compleanno di un giudice, così come non era mai successo che i giudici fossero possibili testimoni). L’articolo di Mieli costituisce una assoluta novità. Pone fine al silenzio omertoso dei grandi giornali di fronte allo scandalo clamoroso di magistratopoli. Certo, è solo un piccolo articolo (per la verità ce n’era stato già uno un paio di mesi fa, sempre di Mieli, ma meno esplicito), e però è firmato da uno dei nomi più prestigiosi tra quelli dei collaboratori del giornale e comunque rompe, almeno per un giorno, la congiura del silenzio.

Fino a oggi i giornali italiani sono stati tutti allineati e coperti e hanno rispettato l’ordine di scuderia impartito dal partito dei Pm, e cioè l’ordine di ignorare lo scandalo. In questa direzione hanno marciato compatti, senza neanche un piccolo scarto, dietro il capofila, e cioè il Fatto di Travaglio. Anche la politica è stata piuttosto silenziosa. Con l’eccezione – timida, ma pur sempre eccezione – di un paio di interventi del presidente della Repubblica. Il Presidente aveva chiesto rigore nel processo, aveva raccomandato di non guardare in faccia a nessuno. Non è stato ascoltato. Forse ci ha ripensato. Anche il Procuratore generale della Cassazione aveva fatto questa raccomandazione. Poi, quando siamo arrivati al dunque, è passata la consegna del silenzio. Diceva il Conte zio: “Sopire, troncare, padre molto reverendo, troncare, sopire…”. E questa frase ora la ripetono tutti ai vertici della magistratura. Rivolti al reverendo Csm.

Dicono: risolviamo il caso Palamara e chiudiamo prima che emerga in tutta la sua evidenza il metodo illegale e feudale con il quale la magistratura gestisce il potere al suo interno, condizionando in modo pesante la scelta degli incarichi direttivi, e talvolta predeterminando le stesse sentenze. Forse questo di magistratopoli è lo scandalo più grave della storia della Repubblica. A differenza di tutti gli altri scandali però è coperto dalla stampa. L’uscita coraggiosa, anche se molto solitaria, di Paolo Mieli, vuol dire che l’omertà è rotta? O Mieli, come talvolta gli accade, è e resta una rara avis, e la stampa italiana continuerà ad essere, più o meno, una adunata di funzionari direttamente dipendenti del partito dei Pm?

P.S. Come riferisce nell’articolo il nostro Paolo Comi, la magistratura italiana è andata a votare e ha deciso l’epulsione dall’Anm (Associazione nazionale magistrati) del reprobo Palamara. La magistratura ormai sembra tutta presa solo da questo problema: allontanare il più possibile Luca Palamara da se stessa. Affermare l’idea che il metodo della manovra per gestire la macchina della giustizia fosse una cosa che riguardava solo e strettamente Palamara.

È triste tutto questo. Un po’ meno triste quando scopriamo che su circa 9000 aventi diritto hanno partecipato a questa votazione 110 magistrati. Gli altri 8mila e 890? Da una parte ci consola l’idea che il partito dei Pm, alla fine, controlli poco più di un centinaio di persone. Vuol dire che, in fondo, la magistratura è piena di gente normale e per bene. Ci atterrisce però l’altra idea: che queste cento o duecento persone siano in grado di dominare l’intera magistratura, di condizionarla, di modellarla, senza che i loro colleghi si ribellino.