«Ormai siamo in preda all’isterismo, la gente fa tamponi senza alcun motivo e la situazione così è fuori controllo. Dobbiamo cambiare le regole, guardando come si sta comportando la Francia in questa quarta ondata». Ne è convinto il direttore dell’Asl Napoli 2 Antonio d’Amore, distretto che comprende un territorio articolato in 32 comuni della provincia di Napoli, collocati nel territorio a nord del capoluogo partenopeo.

Direttore, la sua Asl di competenza abbraccia un territorio vastissimo, com’è la situazione a fronte di questa impennata dei contagi?
«La pressione sugli ospedali c’è e c’è anche una pressione a livello territoriale. Noi in media abbiamo 5.000 positivi al giorno che premono sulle strutture territoriali, sulla richiesta dei tamponi per loro e per i contatti. Si tratta di 30mila positivi a settimana e se per ognuno di loro aggiungiamo almeno 3 contatti stretti, parliamo di 90mila a settimana. Sono numeri enormi che determinano l’impossibilità della gestione. A questo si unisce la sorveglianza che dobbiamo praticare sulle scuole, il tutto diventa ingestibile. Un servizio di epidemiologia qui gestiva 10 casi di meningite, una ventina di epatiti particolarmente aggressive e forse qualche rara forma di tubercolosi. C’è stato un vero e proprio isterismo sanitario della corsa al tampone, le lunghe file in farmacia, all’Asl. Noi stiamo processando 5.000 tamponi al giorno ma è chiaro che se le richieste di tamponi sono 10mila al giorno si crea l’imbuto. Sappiamo che ci sono dei disservizi e di questo ci scusiamo ma le persone devono sapere i numeri con i quali ci confrontiamo quotidianamente. E questa non è retorica, noi lavoriamo con un numero ridotto di medici».

Quanto personale manca nell’organico della vostra Asl?
«Qui mancano almeno 200 medici. In Italia stiamo spendendo tra i 15 e i 20 milioni al giorno per i tamponi, il 70% dei quali è del tutto inutile. Sarebbe molto più intelligente utilizzare questi soldi per autorizzare gli ingressi nelle strutture ospedaliere, le procedure sono lunghe e farraginose ma dobbiamo riformare il sistema sanitario. Ora mi aspetto più concretezza, il problema è che tutti i giovani medici che abbiamo arruolato durante l’emergenza sanitaria, non verranno stabilizzati. Il Governo dovrebbe fare una legge e abolire il sistema secondo cui si accede alle strutture pubbliche solo dopo la specializzazione, tra l’altro siamo gli unici in Europa che adottano ancora questo metodo. Questo implica che un anestesista per entrare in un ospedale ci mette 11 anni e invece sarebbe molto meglio che facessero esperienza nei reparti prima. Per non parlare delle altre figure, i biologi, per esempio, che hanno dato un contributo fondamentale per analizzare i tamponi, oppure i farmacisti nella gestione dei vaccini».

Più volte si è detto che le Asl non riescono più a fare il tracciamento, qual è stato l’errore principale che ha portato a questa confusione?
«Innanzitutto, ci sono molte cose poco logiche nelle circolari che ci arrivano e soprattutto le regole cambiano ogni giorno e quindi è difficile orientarsi. In più noi riusciamo a fare il tracciamento e a intercettare e monitorare i contatti stretti di un positivo conclamato fino a 400 casi Covid al giorno, con i numeri e il caos di oggi è impensabile. Un esempio banale, se una persona ha finito il ciclo vaccinale, quindi ha due dosi, e becca il Covid con un tampone eseguito in farmacia, noi leggiamo sulla piattaforma che questa persona è positiva. Di norma, imponiamo l’isolamento di dieci giorni, ma questa persona magari si sente bene, non ha sintomi e al sesto giorno va già a fare un tampone di controllo, il tampone magari esce negativo, e una persona attenta ne va a fare un altro in un laboratorio per essere sicuro del risultato negativo, ma per legge l’Asl non può “liberare” un positivo al sesto giorno, devono comunque passarne dieci, e quindi ci sarà un terzo tampone. I tamponi fai da te hanno generato una confusione enorme e quando io parlo di isterismo sanitario, parlo di questo. Noi ci siamo visti piombare addosso migliaia di positivi e l’80% non aveva neanche un sintomo».

Quale potrebbe essere la soluzione per arginare questi comportamenti?
«Stabiliamo che chi fa il tampone fai da te a casa, si autocertifica anche la guarigione, perché altrimenti non ne usciamo. Poi, il tampone è un esame diagnostico e come tale andrebbe prescritto da un medico quando c’è necessità, cioè dei sintomi. Noi non possiamo gestire questa quantità dei tamponi. E in questa confusione non dimentichiamo che noi dobbiamo garantire assistenza ai positivi che si recano in ospedale. Fino alla terza ondata, ho aperto 75 posti letto, ora siamo già a 128 posti in quattro ospedali. Anche le regole per la quarantena stanno cambiando di giorno in giorno».

Quale sarebbe la soluzione più logica da adottare per attenuare la pressione sugli ospedali e il caos generale?
«Guardiamo come stanno gestendo le persone positive al Covid in Francia, lì dopo cinque giorni dal tampone positivo, il paziente si autogestisce, non c’è bisogno del tampone negativo per uscire dalla quarantena. È tutto rimesso al buon senso di chi contrae il virus. Ci vuole innanzitutto senso di responsabilità. Ma mi chiedo, noi riusciamo a farlo? Abbiamo la maturità di autocontrollarci? Non lo so, ma credo che con questi numeri, l’autogestione sia l’unica soluzione possibile. Anche perché in questo caos non ci sono controlli, è impossibile sorvegliare e gestire i positivi. E poi è essenziale che il tampone lo prescriva il medico. Oggi la gente fa tamponi in continuazione, ma non si preoccupano di assumere comportamenti responsabili, cioè di utilizzare la mascherina ed evitare assembramenti. Ognuno dovrebbe essere il controllore di sè stesso».

Nata a Napoli il 28 settembre 1992, affascinata dal potere delle parole ha deciso, non senza incidenti di percorso, che sarebbero diventate il suo lavoro. Giornalista pubblicista segue con interesse i cambiamenti della città e i suoi protagonisti.