Le chiamano periferie e, per quanto inflazionato sia, il nome è appropriato: sono terre periferiche rispetto allo sguardo delle istituzioni che a quanto pare vedono solo un piccolo spicchio della città, mentre fanno finta di non vedere il contorno: Napoli Est, ad esempio. Fanno finta di non vedere l’amianto avvolto da un velo di abbandono e indifferenza, guardano dall’altra parte e ignorano che a pochi chilometri dai palazzi signorili di Napoli ci sono bambini per i quali è difficile pure alzare gli occhi e vedere il cielo: al posto del blu c’è una rete fitta, fittissima di cavi elettrici scoperti, il più delle volte fanno da tetto ma alcune anche da bara. Siamo nei Bipiani di Ponticelli, non dall’altra parte del mondo, semplicemente dall’altra parte della città dove centinaia di persone vivono in case di amianto e in condizioni non umane.

«Questi alloggi sono stati costruiti dopo il terremoto dell’80, si tratta di strutture nate in emergenza e che quindi rappresentavano una soluzione temporanea e invece sono qui da trent’anni – racconta Xhesika Kolici, studentessa e attivista ventiquattrenne residente nei Bipiani – A maggio abbiamo ricevuto la notifica di sfratto, ma per il momento è stata congelata. Ad agosto, invece, ci è arrivata una delibera che ci indicava come “futuri occupanti” e “aventi diritto alla casa”. Questo perché avevamo ottenuto dei fondi da investire per la ristrutturazione, ma a oggi non c’è un progetto per noi». Nessuna soluzione, e nel frattempo lì si muore di tumore. «Non si può vivere nell’amianto e l’emergenza sanitaria è evidente a tutti – continua Xhesika – È sotto gli occhi di tutti che le istituzioni in questi anni non hanno fatto niente. Sui Bipiani ci sono stati dei ritorni a più riprese soltanto quando va in scena la campagna elettorale, ma poi si è sempre tornati all’abbandono – osserva amareggiata- Noi non siamo l’amianto che costituisce queste strutture, siamo persone. È arrivato il momento di togliere il velo che è stato utilizzato finora per coprire quest’altra parte della città: ora mi aspetto che la nuova amministrazione legga le carte che abbiamo prodotto e trovi una soluzione». E un intervento immediato in quei luoghi dimenticati da tutti lo aspettano anche le associazioni che da anni si sostituiscono allo Stato per cercare di rendere vivibili le periferie.

«So che il Comune di Napoli non ha denaro ma come nelle migliori famiglie bisogna partire dai bambini – spiega Anna Riccardi, presidente della fondazione Famiglia di Maria di San Giovanni a Teduccio -. Quando nelle famiglie povere ci sono pochi soldi si fa di tutto per garantire comunque le cure ai bambini. In questa città non bisogna mai risparmiare soldi se parliamo di politiche che riguardano l’infanzia e l’adolescenza. Se crediamo che il futuro sono i giovani – continua – allora è a loro che bisogna pensare, bisogna investire, non solo in termini economici, ma anche culturali. Mi auguro che uno sguardo lungo di chi governa questa città possa portare maggiore attenzione su questa periferia: garantire l’ordinario ai cittadini». Sì perché chi vive a San Giovanni, a Barra o a Ponticelli non può usufruire nemmeno dei servizi essenziali. «Iniziamo a restituire ai bambini i parchi che già ci sono, il Parco Massimo Troisi è uno scempio, abbandonato, dove c’era uno stagno con le oche ora c’è una vasca di cemento vuoto – racconta Riccardi – Ci sono tanti progetti sulla carta, ma almeno uno si potrebbe realizzare? Non dico di fare per forza cose nuove, almeno restituire alla collettività quello che già c’è ma che è inaccessibile. Su viale 2 giugno c’è un campetto di calcio che si affaccia tra questa via e il Bronx, mi spiegate perché non è mai stato ripristinato e restituito agli adolescenti?».

E l’alibi delle risorse economiche che non ci sono non sta più in piedi, la verità è che basterebbe più attenzione e la voglia di fare davvero qualcosa. «Il concerto di Capodanno perché non si può fare a San Giovanni a Teduccio? Lo spettacolo di un attore famoso perché non può essere fatto qui? – chiede Riccardi – basterebbe iniziare a portare cultura, bellezza, opportunità per dei ragazzi che passano le loro giornate a sfrecciare sui motorini. Partiamo dalle cose essenziali: il verde, la pulizia delle piazze, un’illuminazione decente nelle strade buie. Bisogna fare di più da un punto di vista di opportunità, e sono le opportunità che devono arrivare dai ragazzi delle periferie e non il contrario». Il sindaco Gaetano Manfredi ha annunciato a più riprese di voler ripartire dalle periferie, speriamo non si ricorra alla solita cantilena anche perché «non sempre si tratta di denaro, la verità è che per lo stesso napoletano, Napoli si ferma al parcheggio Brin» conclude Riccardi.

Nata a Napoli il 28 settembre 1992, affascinata dal potere delle parole ha deciso, non senza incidenti di percorso, che sarebbero diventate il suo lavoro. Giornalista pubblicista segue con interesse i cambiamenti della città e i suoi protagonisti.