Sbaglia gravemente il politico che sulla notizia di un fatto di sangue, e quando ancora nessun processo ha fatto nessun accertamento, dichiara che il responsabile «deve essere punito con rigore». Che cosa vuol dire, infatti, “deve”? Forse non c’è una legge posta a punire quei delitti? Forse non c’è un giudice con il compito di applicarla? E allora che cosa significa reclamare che l’esercizio di quel “rigore” è doveroso? Ecco che cosa significa: significa assumere la veste del procuratore del popolo; significa istigare all’adunata intorno ai palazzi di giustizia, con la turba che grida i suoi desideri punitivi intimando al giudice di realizzarli perché altrimenti non è giustizia, altrimenti le vittime non sono protette, altrimenti è la prova che la gente perbene soffre soltanto mentre i criminali la fanno franca.

Chiaramente non si tratta solo dei politici, e a quel coro querelante partecipano tanti altri, a cominciare dal giornalismo che non si vergogna di fondare il proprio giudizio colpevolista sul profilo losco dell’indagato. Ma specialmente un politico dovrebbe violentare le proprie propensioni aberranti e rimanere fedele al precetto, meno comodo ma più civile, dello Stato di diritto: questa cosa che non sempre porta consenso e anzi spesso lo pregiudica, ma è l’unica cosa su cui è possibile costruire un consenso diverso rispetto a quello selvaggio e budellare che alle debolezze della giustizia oppone la certezza della forca improvvisata sulla piazza. Perché questo è l’effetto, se non l’intenzione, di quelle ingiunzioni: che il tribunale metta in sentenza quel che reclama la piazza, opportunamente rappresentata dal politico che ne formalizza il verdetto.

Ma se all’omicida infliggono un anno in meno di carcere o concedono qualche minuto d’aria in più, perché il processo così dispone, e se dunque la sentenza non si uniforma alla pretesa di “rigore” formulata nelle comminazioni del politico di turno, allora che cosa succede? Identifichiamo in quelle leggi molli e in quei giudici poco rigorosi la causa della giustizia insufficiente? È una buona premessa per l’adozione del rimedio classico: pene aggravate, che non servono a tenere bassa la criminalità ma a tenere alto il tono del comizio; e magari una magistratura di provata fede forcaiola, ben volentieri disposta a farsi terminale di quell’istanza punitiva in nome di una giustizia finalmente efficiente perché rinuncia a se stessa. E ora si accomodi chi ci accusa di volere l’impunità per chi ha ammazzato Willy. È uno sport facile e diffuso: il rigore deve esserci perché lo chiedono gli spalti, l’arbitro non serve.