Una battaglia difficile. In salita. Prima di tutto, perché l’istituto del referendum è caratterizzato da un paradosso. Lo Stato indice una consultazione spendendo centinaia di milioni di euro, ma non garantisce in alcun modo che i cittadini siano informati sul voto e sui quesiti referendari. La partecipazione alle consultazioni elettorali è diminuita negli anni: tendenzialmente le persone vanno sempre di meno a votare. Mantenere un quorum del 50% degli aventi diritto per la validità delle consultazioni referendarie è anacronistico. Se un referendum è ammesso, il voto espresso dai cittadini deve essere valido.

Piuttosto, si deve ragionare per rendere più severi i requisiti necessari per l’ammissibilità (ad esempio, aumentando il numero di firme necessarie per la presentazione dei quesiti ). Poi, va detto che la politica degli slogan consuma le battaglie prima ancora di combatterle. Chi ha promosso i referendum imponendoli in un’agenda politica complessa, purtroppo, oggi si nasconde. Sembra più importante concentrarsi sull’argomento del giorno e non mettere la faccia quando raggiungere il quorum sembra difficile. Insomma, l’argomento giustizia è stato accantonato, forse perché non così facile da spiegare in quanto caratterizzato da diverse sfaccettature. Spettatori di questo teatrino sono i cittadini, disinformati e portati a trasferire questa volta sui referendum una disaffezione che investe la politica in generale.

Eppure, la riforma della giustizia è necessaria, più che mai. Senza uno Stato di diritto non esiste una vera democrazia. Negli ultimi anni, i principi dello Stato di diritto, purtroppo, hanno subito un pesante arretramento. Questa responsabilità non è da attribuire alla magistratura, ma alla politica che ha fatto leggi che hanno consentito alla magistratura di assumere un ruolo che non le compete. Politica che anche in questa campagna referendaria non ha dato, salvo alcune eccezioni, una prova di coraggio. Speriamo che gli elettori domenica ci stupiscano. Almeno un po’.