«Il processo del lavoro è il modello da seguire, ma non basta. Bisogna fare di più, rendere il processo civile più snello e flessibile lasciando anche che sia il giudice a scegliere di volta in volta la tipologia di procedimento più utile, ma soprattutto bisogna introdurre strumenti per una valutazione dell’efficienza del lavoro dei magistrati». Il professor Luca Calcaterra, ordinario di Diritto del Lavoro all’università Suor Orsola Benincasa, accetta di fare con Il Riformista una riflessione sui temi della giustizia. «La materia del lavoro ha un peso notevole nell’ambito del settore civile – spiega il professor Calcaterra – Il Legislatore è edotto e consapevole del rilievo della materia lavoristica, e non da oggi. Risale al 1973 la legge che ha riformato il processo del lavoro per renderlo più rapido e più efficiente ed è stata la legge che ha fatto da modello anche per le riforme del processo civile».

Tuttavia le criticità non sono state del tutto risolte e quello dell’efficienza resta un obiettivo ancora da raggiungere. Calcaterra ha una proposta: «Bisognerebbe introdurre un sistema di valutazione dell’efficienza dell’attività dei magistrati. Attualmente non c’è ed è una lacuna che andrebbe colmata urgentemente. Non è possibile che a parità di materia ci siano magistrati che producono dieci volte più sentenze di altri, per questo è utile poter valutare l’efficienza dei magistrati. Non certo il loro lavoro in quanto tale, perché autonomia e indipendenza della magistratura sono sacre e intoccabili e c’è il giudice di superiore istanza a valutarne le sentenze: la Corte di Appello per le sentenze di primo grado e la Cassazione per le sentenze di secondo grado. Ma stabilire quale deve essere, per tipologia di contenzioso, la produttività media dei magistrati sarebbe possibile con sistemi di intelligenza artificiale e sarebbe utile non solo per i contenziosi in materia di lavoro ma anche per tutta la giustizia civile e penale. Perché sicuramente ci sono casi più difficili e casi più semplici ma fare una media sarebbe importante ed eviterebbe che giudici producano poche sentenze non certo perché trattano solo casi di particolare complessità o che giudici si dilunghino in sentenze che sembrano enciclopedie o esposizioni narcisistiche delle proprie conoscenze».

Accade spesso? «Non spessissimo ma non è infrequente – spiega il professor Calcaterra – Non è infrequente vedere sentenze di cinquanta pagine che potrebbero tranquillamente essere più brevi». Ci sono modelli a cui ispirarsi. «Si potrebbe introdurre inoltre un sistema come quello anglosassone del Common Low, un sistema in cui il precedente è vincolante per cui se esiste un giudizio precedente per un caso analogo il giudice deve uniformarsi oppure articolatamente giustificare il motivo per cui sceglie di discostarsi. L’obiettivo è creare maggiore uniformità e maggiore chiarezza». Il fine, quindi, è sempre l’efficienza della giustizia. «L’efficienza sta diventando una questione urgente – sottolinea il docente – Una prima esigenza è legata alla necessità di investire e dotare la giustizia di più risorse, perché servono più cancellieri e più magistrati. E la seconda esigenza è legata, come dicevo, alla necessità di rendere possibile una valutazione dell’efficienza del lavoro dei magistrati. Il fatto che un magistrato faccia la stessa carriera dal punto di vista retributivo sia che lavori poco sia che lavori tanto, sia se firmi sentenze eccellenti sia sentenze che sono un disastro, è il lato della regolamentazione della giustizia che non funziona e andrebbe riformato». L’idea è quella di un processo più flessibile ed efficiente, oltre che più rapido.

«Si potrebbe rendere il processo qualcosa di meno rituale e più flessibile» conclude il professor Calcaterra ricordando come nel confronto internazionale in tema di efficienza dei sistemi giudiziari l’Italia sia classificata tra i peggiori paesi del mondo occidentale pur essendo la patria del diritto e come l’inefficienza della nostra giustizia sia tra i fattori di sottosviluppo del nostro territorio. «Non si investe dove non c’è una giustizia tempestiva e certa».