Come molti autorevoli commentatori e analisti hanno osservato, i numeri che giornalmente ci vengono offerti in relazione al contagio del virus Covid 19 e ai suoi effetti sono in larga misura imprecisi e non danno un quadro affidabile della realtà. Non è certo il numero dei morti (molti, cui non era stato praticato il tampone, non vengono conteggiati), dei guariti, nemmeno quello dei ricoverati. E ancora maggiori incertezze vi sono sulla quantità di contagiati, perché rimane assolutamente misteriosa la numerosità degli asintomatici inconsapevoli (e anche di molti sintomatici leggeri) che si trovano nel loro domicilio.

Eppure, avere un quadro preciso dell’infezione è assolutamente necessario per prendere decisioni non avventate e non approssimative, come sono sembrate a molti quelle assunte ancora di recente dal Governo e da molti Enti Locali.
Le informazioni esatte sono essenziali in primo luogo per stabilire in modo consapevole e appropriato il quando e il come dell’inizio della fase 2, che è preannunciato a breve. Per ora sembrano esserci orientamenti e date citate a caso. Perché quel giorno e non quell’altro? Sulla base di quali dati e considerazioni? Non si sa. C’è una stima, circolata in questi giorni nella task force di Colao, che vede attorno al 18 maggio la fine dei contagi, basandosi su un modello di simulazione statistica. Anche il modello quotidianamente elaborato da Alessandro Amadori porta al medesimo risultato. In entrambi i casi, tuttavia, i dati di base sono in parte incerti, ciò che può rendere problematico il risultato ottenuto. Il problema è che il numero esatto o anche approssimativo di contagi in questo momento sembra non saperlo nessuno ed è pertanto difficile stabilirne il trend.

Eppure, un modo per stimare con una approssimazione accettabile la diffusione del virus forse ci sarebbe. Si tratterebbe di estrarre un campione molto significativo della popolazione, intervistarlo sulle sue condizioni di salute e sottoporlo a test per verificare la presenza dell’infezione. È, certo, un’impresa di grande portata, ma, ad esempio l’Istat o anche un team di aziende private, hanno la capacità organizzativa e scientifica per farlo. E si avrebbero così dati più sicuri sulla diffusione del contagio. Non è un’idea nuova. L’hanno già proposta diversi esperti, primo fra tutti Luca Ricolfi che l’ha lanciata, ormai diversi giorni fa, dalle pagine del Messaggero, proponendo di estrarre un campione di 150.000 casi. Nessuno ne ha tenuto conto. E ribadiscono questa necessità Franco Debenedetti e Natale D’Amico in un articolo recente pubblicato su Il Foglio, citando anche come la stessa richiesta sia stata più volte avanzata e sottolineata da autorevoli studiosi. E anche Matteo Lucchi, presidente dell’Assirm (l’associazione degli istituti di ricerca del nostro Paese), con EumetraMR ha stilato assieme al sottoscritto un progetto del genere, inviandolo al Governo. Nessuna risposta.

Senza una conoscenza precisa delle modalità di presenza del virus non si può impostare una strategia seria ed efficace di contenimento. E, come si è detto, i dati presentati sino ad oggi sono insufficienti. Ma oltre a impedire decisioni razionali, la sensazione dell’indeterminatezza di molti dei dati che vengono proposti accresce la sfiducia dei cittadini verso chi li fornisce, in particolare verso le autorità politiche e amministrative. È ciò che sta accadendo: i sentimenti antipolitici vanno oggi diffondendosi anche più del virus. Complice è l’impressione di approssimazione e di mancanza di consapevolezza nella misura del fenomeno che stiamo cercando di affrontare.