«Se a qualcuno quest’estate viene in mente di venirla a menare con domande alla carlona del tipo: quanto si lavora? Quanto mi dai? Qual è il giorno libero?, gli suggerisco di non presentarsi neanche. Siamo in emergenza, se pensate di avere e pretendere, come se non fosse successo nulla, datevi all’ippica». Così ha scritto un albergatore di Pietrasanta. Uno l’ha scritto, molti “datori di lavoro” lo pensano, tanti, tantissimi lo praticano senza dirlo. È un’altra spia, tra le molte, che danno conto del mondo del lavoro com’è diventato. Non si pensi che sia una spia estrema, un’eccezione, al contrario, essa parla di un campo intero, dove stanno in particolare giovani, donne, immigrati. Quando qualcuno dice che il reddito di cittadinanza sottrae forza lavoro all’impresa, a dir poco, prende lucciole per lanterne.

Infatti, si parla in questi casi di redditi inferiori ai 600 euro al mese e non ci dovrebbe essere confronto con una retribuzione contrattuale che dovrebbe spettare a chiunque lavori. Già, ma retribuzione contrattuale, come ci suggerisce l’imprenditore di Pietrasanta, è solo una pretesa per molti che vorrebbero lavorare e per tanti che già lavorano. Nella ristorazione, nei servizi, c’è una moltitudine di lavoratori in nero, ci sono paghe da 4 euro l’una e l’iper-sfruttamento, ci sono condizioni di lavoro, orari e regimi di orario incontrollati, a piena disposizione del padrone. Spesso è un lusso in queste realtà persino il contratto a termine o in somministrazione, che pure resta una condizione dura di precariato. Non ci sarebbe neppure bisogno di fare un’inchiesta, non ci sarebbe neppure bisogno che i grandi mezzi di informazione dedicassero a questo universo lavorativo un po’ dello spazio che dedicano ai fatti di cronaca nera o di cronaca rosa, per sapere quanto è vasto questo campo sociale. Basterebbe informarsi delle sue condizioni, camminando per le vie su cui si affacciano queste attività economiche, camminando nelle sue stesse piazze. Né si dica che la pandemia ha determinato, in tante attività economiche, così gravose conseguenze che spingono in questa direzione. Le condizioni gravose indotte dalla pandemia hanno accentuato le diseguaglianze.

La spinta al massimo ribasso, esclusa per ora e per fortuna nel regime degli appalti, è in vigore concretamente, giorno e notte, nell’area del lavoro povero. Questo regime, quello del massimo ribasso, non riguarda tutte le attività economiche in termini indifferenziati, in realtà, è il lavoro a essere stato cacciato in questa penosa condizione, è il lavoro a fungere da ventre molle del sistema. Il lavoro povero è parente stretto delle morti sul lavoro. Ce ne sono state alcune anche recentemente che hanno sollevato un’ondata di emozione, di partecipazione e anche di giusta indignazione nel Paese, ma lo stillicidio quotidiano di uccisioni sul lavoro prosegue. C’è sempre qualcosa, la produzione, il profitto, che vale più della vita di un lavoratore e che alimenta la sua esposizione al rischio, fino al massimo del rischio. Nel padrone di Pietrasanta, e in tanti come lui, il ricatto è esplicito: se vuoi lavorare, devi rinunciare al contratto, ai tuoi diritti, ma più diffusamente il ricatto è implicito, spesso reale quanto nascosto. Così si costituisce una catena del lavoro che va dalle forme di aperta schiavitù, come nella raccolta di frutta e verdura, alle forme di privazione di ogni garanzia contrattuale, alle multiformi condizioni di precarietà. Non c’è bisogno di ricorrere al ricordo di Rosa Luxemburg per accedere alla nozione di spoliazione, oggi così presente nella realtà lavorativa.

È una condizione di lavoro che nell’ultimo capitalismo si connette al campo ancora più grande e variegato dello sfruttamento e della dipendenza, fino a quello, da ultimo regolato dall’algoritmo e dall’intelligenza artificiale. Solo pochi possono accedere all’altro polo del mercato del lavoro, quello troppo piccolo per essere un’alternativa del lavoro creativo e ricco. Il padrone che vive a Pietrasanta dà luogo a un’oscenità che dovrebbe aiutare a vedere cosa c’è dentro la nuova frontiera del lavoro, dovrebbe aiutare a indagare anche le sue parti più nascoste, che però ci sono e non sono per niente trascurabili, anzi che rischiano di diffondersi ancora di più. Lui è la punta di un iceberg, lo scandalo più grande non sta nell’oscenità delle sue parole, ma nella politica che non sa affrontare questa realtà sociale, lasciandola consolidare e crescere nell’economia e nella società. C’è qualcuno nel governo o nell’istituzione in cui dovrebbe essere rappresentato il popolo che si sia proposto di prendere di petto, non dico la strategica questione del lavoro nella ristrutturazione capitalistica in atto, ma almeno lo scandalo del lavoro povero? In un Paese, in cui la massa salariale è calata in un anno di 37miliardi sarebbe semplicemente doveroso, invece non c’è.

Si avvia la ripresa economica, il governo in pompa magna col pieno sostegno del Parlamento vara il suo Piano, l’ormai famoso Pnrr, lo accompagneranno le annunciate riforme della pubblica amministrazione, della giustizia, della concorrenza e per le semplificazioni. Solo l’affermazione di un segno di classe impedisce di vedere che ci sarebbe una riforma che tutte le dovrebbe precedere: quella del lavoro. Che ripresa è quella che incorpora lavoro povero e precario, privo di diritti, di potere e di qualsiasi spazio di autogoverno per chi lavora? Non si vuol vedere che la privazione di dignità della donna e dell’uomo che lavorano la segna irrimediabilmente, come un deficit di civiltà, segna di sé l’intera società e ci inoltra ancora più profondamente nella società della diseguaglianza. Se ieri lo Statuto del diritto dei lavoratori è stata una vera e propria conquista di civiltà, oggi un nuovo statuto per l’intera e differenziata popolazione lavorativa sarebbe una precondizione necessaria a un qualsiasi piano di sviluppo, che non voglia essere solo sotto il segno del dominio del capitale.

Dovrebbe essere essa una riforma che precede almeno quella sulla concorrenza, o no? Intanto, subito, ci vorrebbe almeno una misura per la bonifica dei rapporti di lavoro malati, a partire dalla retribuzione. Un vecchio motto operaio, parlando dei soldi da ottenere nei confronti del patronato, recitava: «Pochi, maledetti, ma subito». Si metta almeno uno sbarramento al super sfruttamento salariale in atto, introducendo, come assoluta priorità, il salario minimo garantito per tutte e tutti quelli che lavorano, ovunque e in qualsiasi attività. Ieri, il contratto era lì per perseguire progressivamente anche questo obiettivo, ma oggi la platea dei lavoratori esclusi reclama una misura adeguata alla nuova condizione senza se e senza ma, a meno di voler tenere bordone all’albergatore di Pietrasanta.

Politico e sindacalista italiano è stato Presidente della Camera dei Deputati dal 2006 al 2008. Segretario del Partito della Rifondazione Comunista è stato deputato della Repubblica Italiana per quattro legislature ed eurodeputato per due.