Ci sarà un motivo se in Italia e solo in Italia i medici vaccinatori stiano chiedendo a gran voce uno “scudo” che li protegga dalle denunce penali e dalle iniziative dei pubblici ministeri. E ci sarà un motivo se il governo Draghi, a quanto pare, se ne sta occupando per preparare, come ha detto il ministro Speranza, un decreto ad hoc. Soprattutto dopo che, prima ancora che sia stato dimostrato un nesso di causalità tra l’inoculazione di un certo vaccino e un effetto secondario a volte tragico, alcuni sanitari abbiano appreso dai giornali di essere indagati per omicidio colposo. I motivi ci sono e sono almeno due.

Il primo è che in Italia e solo in Italia esiste il principio imbroglione dell’obbligatorietà dell’azione penale, che corrisponde poi in concreto a quanto di più arbitrario possa esistere. Così succede che, anche di fronte a morti non violente, come quelle dovute a patologie che insorgono d’improvviso, immediatamente sorga il sospetto che ci si trovi di fronte a una notizia di reato. È capitato nei giorni scorsi, con alcune morti di persone che nei giorni precedenti erano “anche” state vaccinate con i prodotti AstraZeneca. E che cosa di più facile che investire di sospetti prima di tutto la persona, medico o infermiere, che aveva iniettato il vaccino nell’avambraccio sinistro della persona deceduta?
L’informazione di garanzia non è una sentenza e neanche un’imputazione.

Sarebbe solo quel che prevede il codice, cioè una forma di tutela per la persona, e chi la riceve non dovrebbe aver nulla da temere, se non ci trovassimo di fronte alla seconda anomalia, tutta italiana. Il punto è che ogni provvedimento dell’autorità giudiziaria in Italia viene depositato in edicola, in televisione e sui social, prima ancora di raggiungere il destinatario. È così e non ci si può far niente. Oddio, si potrebbe, ma non si vuole, colà dove si puote. Consultare Palamara, per capire il perché. L’immediata gogna, il sospetto che coglie subito anche i parenti e i vicini di casa del medico finito sui giornali perché potrebbe esserci stata una sua incapacità o inefficienza a contribuire alla morte della persona vaccinata, diventato l’immediata pena accessoria, una sorta di zaino che quel medico si porterà sulle spalle per un bel po’. Con conseguente demotivazione, e magari ricorso alla “medicina difensiva”. E questo nonostante si sappia che in Italia, nonostante l’obbligatorietà dell’azione penale, in tutti i processi in cui, per situazioni più complesse che non una semplice vaccinazione, come ad esempio un’operazione chirurgica, si sia tentato di portare il medico alla sbarra, è stato sempre molto difficile dimostrare, di fronte a un evento avverso, il suo dolo o la colpa grave. Ma anche la colpa lieve, visto che le statistiche parlano di una percentuale del 90% di assoluzioni.

Ma oggi c’è soprattutto un clima ammorbante, che ha le sue radici in quel che capitò un anno fa, con i ricordi tragici che il presidente Draghi ha commemorato due giorni fa a Bergamo. Fu allora che si cominciò a definire “vittime” i morti, come se qualcuno fosse responsabile, come se ci fosse stata una strage voluta. Qualcuno aveva parlato di “crimini contro l’umanità”. Centinaia erano stati gli esposti e le denunce anche contro i medici. Fu in quel periodo che ogni proposta di emendamenti al decreto “Cura Italia”, sia da parte del Pd che di Forza Italia, che proponevano appunto lo “scudo penale” per il personale sanitario, fu bocciato dalla furia del giustizialismo grillino.

Oggi c’è un governo più equilibrato di quello giallorosso, ed è possibile che un decreto che metta al riparo dalle inchieste penali i “vaccinatori” ci sarà. Ma non è sufficiente, perché è sempre capitato, e a maggior ragione nella situazione tragica di oggi, che di fronte alla morte e al dolore che sempre porta con sé, non ci si voglia arrendere e si cerchino responsabilità di qualcuno. Per questo sarebbe importante che lo scudo penale non fosse solo una misura emergenziale legata al momento delle vaccinazioni. Bisognerebbe quanto meno estendere questa sorta di “emergenza garantistica” a tutto il periodo della criticità del contagio da Covid. Anche per evitare che la pandemia sanitaria diventi anche pandemia giudiziaria.

Politica e giornalista italiana è stata deputato della Repubblica Italiana nella XI, XII e XIII legislatura.