Chi si aspettava il diluvio di dichiarazioni trionfati “contro” la magistratura forcaiola e qualche media che ha assunto in modo improprio il ruolo di giudice non solo dei fatti ma anche della storia, è rimasto deluso. Oppure soddisfatto. Fatto è che 24 ore dopo la sentenza della Corte d’Assise d’Appello di Palermo che ha ribaltato il verdetto di primo grado e sentenziato che la trattativa tra Stato e mafia per fermare le bombe di Cosa Nostra, ove mai vi sia stata, non fu reato, il verdetto non finisce in pasto alla campagna elettorale. La politica sembra aver compreso la prima grande lezione di questa vicenda giudiziaria lunga un paio di decenni di cui otto di dibattimento: evitare l’uso politico delle sentenze; rispettare il fine unico delle indagini: verificare i fatti.

Non sono state ingaggiate gare di dichiarazioni ai microfoni e sui social. Hanno prevalso cautela, prudenza e – dal punto di vista dei politici – la legittima soddisfazione per un verdetto che restituisce onore allo Stato, a quello in divisa – gli ufficiali del Ros dell’Arma – e a quello che siede in Parlamento, Mannino prima e Dell’Utri poi e ha invece tenuta ferma la condanna dei boss mafiosi. Lo dice il sottosegretario alla Presidenza del Consiglio con delega all’intelligence Franco Gabrielli. Il prefetto, ex capo della polizia, persona che non ama i microfoni, ha voluto però rimarcare ciò che gli sta più a cuore: «Per cultura e per mestiere aspetto di leggere le motivazioni. Ovviamente non posso non essere felice, soprattutto per chi ha vestito una divisa, per aver avuto questo esito favorevole».

Decisamente più scomposta la reazione di Marco Travaglio e de Il Fatto che è “nato” dodici anni fa per, tra le altre cose, sostenere il teorema di un pezzo di Stato colluso con la mafia. Il sarcasmo per cui “se trattano i mafiosi è reato e se invece lo fa lo Stato non lo è” è un azzardo alla logica e alla verità. Almeno finché non saranno pronte le motivazioni.
Fino a quel momento il Pd preferisce tacere. Comunque non sbilanciarsi «su un tema così complesso per cui è necessario leggere prima le motivazioni». Meglio non disturbare troppo, in questa fase, l’alleato grillino che invece esce con le ossa rotte dal verdetto. «Non nascondo un senso di smarrimento – ha detto Marco Pellegrini, capogruppo M5s in Commissione antimafia – e spero che questa sentenza non costituisca un ostacolo involontario – ad esempio che i mafiosi fanno sempre tutto da soli – sulle grandi inchieste che riguardano gli intrecci indicibili tra mafia e pezzi deviati dello Stato».

Il Movimento ha costruito buona parte del suo consenso in nome del complottismo e degli “accordi indicibili”. Giuseppe Conte preferisce occuparsi della campagna elettorale. E anche questo significa molto. La soddisfazione è invece comprensibilmente forte soprattutto dentro Forza Italia. La senatrice Licia Ronzulli e il sottosegretario alla Difesa Giorgio Mulè insistono sul concetto di «onore e dignità restituiti a servitori dello Stato» e sulla gravità di aver «compromesso l’immagine dello Stato che qualcuno voleva vedere sottomesso e genuflesso davanti a Cosa Nostra». Più duro Maurizio Gasparri che s’è lanciato in invettive del tipo «denunceremo i propalatori di menzogne» oppure «c’è qualcuno che ha cercato di riscrivere la Storia ma non c’è riuscito». Quello che conta, in Forza Italia, è che Silvio Berlusconi sceglie di tacere. La decisione più giusta.

Matteo Renzi prosegue nella sua campagna per una giustizia giusta e una magistratura liberata dalle correnti. La sentenza è un tassello in più in un ragionamento più vasto che il leader di Iv porta avanti da mesi sul fatto che «alcuni pm così come alcuni giornalisti hanno fatto carriera con il giustizialismo fino ad elevarlo ad arma politica». Non si può accettare, ad esempio, che «se non sei d’accordo con Travaglio sei colluso con la mafia». La politica questa volta sembra aver deciso di non “usare” la sentenza. Ed è una bella notizia.

Giornalista originaria di Firenze laureata in letteratura italiana con 110 e lode. Vent'anni a Repubblica, nove a L'Unità.