Il sistema politico italiano è entrato da quasi due mesi in una fase che potremmo chiamare di ristrutturazione. La legislatura iniziata nel 2018, con le sue tre parti l’una contro l’altra retoricamente armate, è giunta ad un cessate le ostilità, data l’impossibilità della vittoria da parte di ciascuna di esse. Il governo Draghi è il risultato di questa tregua – pandemia permettendo – nata da uno stallo. Esso ha in qualche modo anestetizzato lo scontro e in qualche misura anche la competizione tra i vari partiti politici che fanno parte dell’esecutivo del nostro paese.

L’emergenza legata alla pandemia, ancora da sconfiggere, e la necessità di restare uniti, almeno un po’, nel contenitore del governo hanno dunque portato ad una relativa riduzione del dibattito tra le forze politiche e della continua polemica tra di esse cui ci eravamo abituati nei periodi precedenti. I partiti, per parte loro, si trovano dinanzi al compito abbastanza arduo di ridefinire la natura della loro offerta su quello che un linguaggio crudo ma non menzognero chiama il mercato elettorale. Questo sembra ormai strutturarsi intorno a due poli. Ma tutti i partiti, scossi dalla recente incapacità di produrre un esecutivo stabile, sono alla ricerca di una qualche ridefinizione. Due di essi in particolare richiedono particolare attenzione: paradossalmente quelli che dall’inizio della legislatura hanno realizzato i migliori risultati elettorali: il M5S nel 2018 e la Lega nel 2019.

Nel polo di centro sinistra – mentre Enrico Letta cerca di mettere insieme i pezzi di una “tenda larga” – dell’identità del partito diretto da Giuseppe Conte si sa solo che sarà lui stesso, l’ex primo ministro dei due governi passati, il leader. Approfittando anche della sua vasta e persistente popolarità. I caratteri del nuovo movimento sembrano le scelte europeista, ecologista (cercando di cogliere il grande successo che le idee sulla sostenibilità trovano in questo momento nel nostro paese) e filo-parlamentare. Il che vuol dire la fine dell’anti-establishment e della democrazia diretta del movimento di Grillo. Ma il processo di ridefinizione è per ora vago. Il quadro non è meno complesso nell’altro polo. Del “governo di tutti” si avvantaggia, naturalmente, l’unica forza di opposizione, Fratelli d’Italia di Giorgia Meloni. Attraverso un abile profilo di comunicazione, quest’ultima, senza esagerare nei toni, ma mantenendo al tempo stesso un inflessibile contrasto con quanto viene espresso da Draghi, è riuscita ad imboccare un trend di crescita dei consensi (sia pure virtuali, indicati dai sondaggi) che si conferma di settimana in settimana e che la porta oggi quasi al 18%, assai vicina ai valori del Pd.

Chi, invece, appare, all’interno del governo, più in difficoltà è la Lega di Matteo Salvini. Il leader milanese era arrivato a portare in passato il suo partito ai massimi livelli. Con una comunicazione spesso esagerata nei toni e sempre molto polemica, egli era riuscito a trasformare la Lega da partito di piccole dimensioni, com’era ai tempi di Bossi, alla più importante, quantomeno sulla base dei consensi raccolti, forza politica italiana. Poi, l’anno scorso, con la fine del governo giallo-verde, la Lega ha cominciato a perdere consensi, in particolare al Sud, che era stato il terreno di conquista della Lega nazionale, ormai in declino. Beninteso, il Carroccio rimane ancor oggi il maggior partito italiano. Ma erode progressivamente il patrimonio di voti (virtuali) accumulato e si trova oggi attorno al 23%.

Oggi si trova in una difficile contraddizione, nella costante tensione e nel perdurante conflitto tra due immagini opposte. Da un lato, Salvini tende spesso a riproporre i toni “di lotta” e di polemica continua (ad esempio sugli immigrati o, in questo periodo, sulle riaperture e l’uscita più rapida possibile dal lockdown), che tanto gli fruttarono nei suoi momenti di maggior successo. Dall’altro, il fatto di far parte del governo e di dovere, dunque, una certa dose di lealtà a quest’ultimo, lo costringe spesso a toni più moderati o di compromesso. Questa contraddizione emerge anche analizzando le posizioni del suo elettorato attuale. Una parte, specie nel Meridione, rimpiange il periodo dei toni forti e vede anche con un po’ di fastidio la partecipazione al governo. Ma un’altra parte, specie quella del Nord, che costituisce la base tradizionale del Carroccio, da sempre mantiene posizioni più moderate ed è più favorevole ad un atteggiamento costruttivo nei confronti del governo.

Tenere una doppia identità è spesso una necessità per i partiti politici. È capitato in passato alla Democrazia Cristiana e, in tempi più recenti, a Forza Italia, che addirittura proponeva slogan e obiettivi contrastanti al Sud e al Nord. Ma per la Lega questa operazione appare assai più complessa e resa più difficile dal fatto che i votanti per il Carroccio, come la netta maggioranza dell’elettorato italiano, sono potenzialmente assai più mobili di un tempo e cambiano partito con grande facilità, rimandando spesso la scelta elettorale finale al momento della campagna elettorale, anche sulla base della comunicazione delle varie forze politiche. Da questo punto di vista, la Lega soffre a causa di una duplice competizione. Da una parte troviamo la presenza ingombrante di Fratelli d’Italia che sottrae continuamente al Carroccio elettori attratti da posizioni più nette di opposizione. Dall’altra, la componente più moderata dell’elettorato leghista si dimostra un po’ stanca delle esternazioni e talvolta delle provocazioni di Salvini e potrebbe essere attratta da altre forze moderate di centro.

Le difficoltà di autodefinizione della Lega non si esauriscono sul fronte nazionale. Nel quadro ormai sempre più rilevante dell’Unione Europea il partito di Salvini e di Giorgetti cerca casa. Il viaggio recente del primo a Budapest da Orban, ormai fuori del PPE di Angela Merkel, ha creato perplessità nell’ala filotedesca del partito che sogna di essere la Baviera della penisola, o piuttosto di farsi valere in quanto tale, visto che economicamente lo è. I dati (si veda il capitolo di Flavio Valeri nel volumetto Italia e Germania, Bollati Boringhieri, 2021) mostrano un intercambio fra Italia e Germania che è per il nostro paese più importante di quello con qualsiasi altro partner internazionale. Senza tener conto che anche in Europa Salvini incontra la concorrenza di Giorgia Meloni presidente del Partito dei Conservatori e Riformisti Europei, che non vuole mettersi con i malvisti ungheresi di Fidesz e non ha voglia di accogliere i leghisti nel gruppo da lei diretto a Strasburgo.

La battaglia importante si giocherà in autunno, anche in occasione delle elezioni amministrative che vedono coinvolte molte importanti città. Se in quel momento la campagna vaccinale avrà effettivamente fatto i progressi annunciati dal governo e quindi l’emergenza sanitaria sarà almeno in parte attenuata, il confronto tra le diverse forze politiche potrebbe riprendere con più enfasi e nettezza e la Lega dovrà rendere più chiara la sua identità.

Renato Mannheimer, Pasquale Pasquino