Otto giorni esatti per realizzare il viaggio più lungo. E il più difficile da spiegare: da forza sovranista e antieuropea a sostenitrice della bandiera blu con le stelle dorate. Da euroscettici a euroriformatori «perché l’Europa adesso non è più quella dell’austerity dove l’Italia andava a chiedere aiuto alla Merkel col piattino in mano ma quella dell’agenda Draghi». Martedì della scorsa settimana il presidente Mattarella incaricava Mario Draghi di formare un nuovo governo e la Lega ancora sparava a salve contro Bruxelles e la trappole del Recovery plan. Ieri sera Matteo Salvini ha dato il via libera ai suoi 29 eurodeputati per votare il regolamento del Recovery plan nella sessione plenaria del Parlamento europeo. In questi due mesi la Lega si è sempre astenuta.

Negli ultimi anni ha sempre votato contro, su tutto o quasi ciò che aveva l’imprinting della Ue. «Un conto era votare su un provvedimento che il governo Conte non ha mai condiviso con noi. Altra cosa è essere protagonista di quelle scelte come lo saremo con il governo Draghi», ha spiegato Salvini dopo il secondo incontro con il presidente incaricato. Sul “nuovo” Salvini “europeista e pragmatico”, se sia vero o falso, un diavolo trasvestito da angelo che però tornerà diavolo appena necessario, il dibattito è aperto da 48 ore. Ieri per qualche ora ha persino rubato la scena al costruendo laboratorio Draghi. C’è anche l’ipotesi che il segretario della Lega sia stato costretto all’inversione a U e che Draghi sia per lui l’ultima occasione servita sul piatto prima da Renzi e poi da Mattarella per evitare il regicidio o la sostituzione al vertice di via Bellerio.

Vista da un altro punto di vista, quello della Lega storica, del partito del Nord che ha sofferto il taglio delle radici per diventare un partito nazionale, l’appoggio al governo è anche il modo più elegante per guadagnare un tempo utile a superare per sempre l’era Salvini con i suoi estremismi. Un “congresso” camuffato. Comunque sia, dalla scampanellata di Bologna, a cui è seguita la sconfitta in Emilia Romagna (gennaio 2020) e poi a settembre nelle altre Regioni, Salvini è entrato in un cono d’ombra da cui adesso lo può tirare fuori solo l’ex presidente della Bce Mario Draghi. Da qui il miracolo di questi otto giorni. Certificato da alcune affermazioni.

Anche il secondo faccia a faccia con Draghi è stato «un incontro intenso, proficuo e positivo» per cui «stiamo in Europa da protagonisti, ci facciamo rispettare e non siamo più schiavi di vincoli e austerity». La “bandiere identitarie” che ancora una settimana fa resistevano temerarie, sono cadute una ad una. Sull’immigrazione «avanti con le politiche europee, come fa la Spagna, la Germania, la Slovenia». I confini nazionali da difendere sono diventati “quelli europei”. La flat tax può essere sostituita con una pace fiscale, quello che conta è la promessa di Draghi che «non ci saranno nuove tasse» e che si procederà a una riforma fiscale progressiva, per aliquote e dove sarà centrale la riduzione dell’Irpef.

Il capolavoro di Salvini, otto giorni dopo, è come si autodefinisce: «Sono un uomo pragmatico, lascio ad altri le etichette, fascista, sovranista, europeista. L’importante è che tagliamo le tasse con l’aiuto del presidente Draghi che parla di sviluppo legato all’ambiente e quindi senza ideologie, di aziende, di dare una speranza ad un paese che è depresso dopo un anno di chiusure». La citazione di Giovanni Paolo II, “l’Europa del lavoro, del benessere e dello sviluppo” indica quello che sarà il prossimo clamoroso passo: l’ingresso della Lega nel Ppe.

La seconda giornata del secondo giro di consultazioni certifica l’adesione totale al governo Draghi di Lega, Forza Italia, Italia viva, Pd. Persino Leu mette i dubbi sotto il tappeto. Beppe Grillo esce dalla consultazione col sorriso di chi ce l’ha fatta: ha spinto il Movimento, l’ultima delegazione in programma, dove non sarebbe mai voluto andare e Vito Crimi spiega imbarazzato l’adesione al governo Draghi (per due volte lo chiama “Presidente Fico”) “per dare risposte e soluzioni al paese”. Sembra un film sbagliato sentirlo dire che “Conte è sempre la prima opzione”, che “il cronoprogramma firmato da tutti è la condizione indispensabile per dare vita al governo” e che si deve partire da dove era arrivato il Conte 2: “L’agenda ’21-‘23”. Condizioni inesistenti perché i voti del Movimento non sono più indispensabili alla nascita del governo Draghi.

Il quadro politico si sta scomponendo a grande velocità. Il Pd è frastornato: l’alleanza strategica con i 5 Stelle e Conte premier sembra una storia fuori dal tempo e l’odio per Italia viva si tocca ancora con mano. La legge elettorale proporzionale, bandiera di Zingaretti, è morta (l’ha seppellita Salvini) e il maggioritario oggi vede un centro-destra con un centro forte e una sinistra in formato Pd-M5s e Leu senza più un centro. Tra i parlamentari Pd lo schema è chiaro – al Nazareno meno – e lo sgomento è forte per il timore di restare schiacciati in una partita che hanno perso. Serve il congresso. Serve tempo per riconquistare spazio, lucidità e ruolo. Cosa che ieri ha potuto fare con orgoglio e soddisfazione Silvio Berlusconi. È lui il vero vincitore nel centrodestra.

Ha saputo alla fine riportare la Lega verso la moderazione e spezzare la rincorsa all’estremismo tra quei due – Salvini e Meloni – che ha rischiato di travolgere anche Forza Italia. Il Cavaliere ieri ha voluto prendere l’aereo, scendere a Roma e incontrare Draghi per consegnargli di persona l’appoggio del suo partito. Nella fotografia in cui si salutano dandosi il gomito, s’intravede un sorriso complice dietro le mascherine. Berlusconi è un leader stanco, che ha attraversato il virus e altri acciacchi, e ieri ha voluto essere nella sala della Regina davanti ai giornalisti per rivendicare una battaglia vinta. «Quello che nasce è un governo – ha detto leggendo con la voce bassa un appunto scritto a mano – che si fonda sull’unità del Paese e delle forze politiche senza preclusione alcuna».

Non è – ha precisato per tranquillizzare gli alleati – «la nascita di una maggioranza politica fra partiti alternativi fra loro per cultura, per storia, per valori di riferimento». È invece «la risposta ad una grave emergenza e durerà per il tempo necessario a superare questa drammatica crisi sanitaria, sociale ed economica. Una risposta credibile di fronte all’Europa e al mondo. Una risposta unitaria che avevamo chiesto per primi a tutte le forze politiche assumendo ciascuna le proprie responsabilità». La ressa di giornalisti, fotografi e operatori per immortalare l’arrivo e la partenza dell’anziano leader definisce quale è stato il centro della giornata. Ben più di Grillo, Salvini, Zingaretti, dello stesso Renzi.

Per il governo Draghi si tratta ormai di aspettare giovedì il responso di Rousseau (ufficialmente sospeso e rinviato a data da destinarsi questa mattina da Vito Crimi, ndr) e l’ultimo miglio a tu per tu con Mattarella per la definizione della squadra di governo. Sarà un incontro lungo, giovedì pomeriggio o venerdì mattina, perché dal mix di quella combinazione di nomi e ruoli dipenderà molto del successo o dell’insuccesso della mission dell’esecutivo Draghi. Ogni casella andrà pesata e studiata, immaginando già la composizione dei sottosegretari. L’ultima teoria ipotizza ministri tecnici e tutti i sottosegretari politici. La più quotata resta quella del mix, i dicasteri chiave ai tecnici scelti da Draghi e gli altri ministeri ai partiti. Possibilmente a figure di primo piano ma non divisive.

Giornalista originaria di Firenze laureata in letteratura italiana con 110 e lode. Vent'anni a Repubblica, nove a L'Unità.