L’idea della grande pestilenza appartiene ad un passato remoto e fa parte della letteratura ma di fronte alle ondate influenzali che si sono scatenate su di noi (tutte invariabilmente nate in Cina per le contaminazioni tra i virus che abitano negli animali allevati e macellati in condizioni igieniche infernali) ci siamo addestrati a pensare che un flagello biblico come un’epidemia mondiale non sia possibile. Che sia uno scherzo. Una esagerazione. Capita spesso in questi giorni di leggere o udire: “Non è che un’influenza! Ma avete idea di quanta gente muore ogni anno di una semplice influenza?”. È vero. E quel che successe alla fine degli anni Cinquanta lo dimostra. Tuttavia, non è una gara. Il poeta Georges Brassens scrisse una canzone in cui diceva che se c’era una guerra che davvero a lui piaceva moltissimo, era quella del 1914-1918 perché mai carneficina fu più atroce e insensata. La nostra Asiatica di oltre sessanta anni fa, fu la nostra prima grande guerra e la prendemmo con filosofia. “Mamma, ho l’asiatica”. Oppure: “mamma ha l’Asiatica”. Tutti abbiamo avuto l’Asiatica. A casa. Sia chi ce la faceva, sia chi soccombeva, circondato da amici e parenti. E chi moriva, moriva alla vecchia maniera, come nel 1928 Italo Svevo le cui ultime parole ai figli e ai nipoti nell’enfasi dell’agonia, furono: «Fijòi, vardè come se mòr» (“Figli, guardate come si muore”). La morte come momento privato, eroico, perfino didattico.

Non ricordo ospedali presi d’assalto nel 1957, quando sembrava che stesse per scoppiare la terza guerra mondiale, quando i carri armati sovietici avevano da poco fatto a polpette gli insorti ungheresi, gli anglofrancesi erano stati cacciati dall’ultima impresa colonialista a Suez e Nikita Krusciov sconvolgeva il mondo comunista con la sua relazione segreta al XX congresso del partito comunista sovietico rivelando i crimini di Stalin. Era un’epoca buia, disciplinata, militarizzata benché fossero da poco sbarcate due novità epocali: i blue jeans (col risvolto) e il Rock ‘n Roll che diventò subito la cura contro l’angoscia, contro il mal di vivere, contro la paura. C’era paura di tutto, e non si poteva avere paura di una banale, per quanto forte, influenza che ti lasciava annichilito, quasi stecchito, in piedi per miracolo: “Ha avuto l’asiatica”. Oh, diomio, ha bisogno di una cura ricostituente. L’Europa era comunista, esistenzialista, filoamericana, e antiamericana, fiuori dalla guerra, dentro la guerra. Tutto era serio e plumbeo, ai tempi dell’Asiatica.

C’era Doris Day che faceva impazzire noi adolescenti maschi perché ballava e cantava in quel modo sensuale e c’era Marilyn e tutte le grandi donne dello schermo e gli uomini attori intemerati, gli eroi di allora: se un’influenza ti sdraiava a letto, tutto era ridotto di intensità, anche l’angoscia: vai con la camomilla e l’aspirina, borsa di giaccio o borsa dell’acqua calda, tanto erano sbagliate tutte e due. Ma non esisteva il concetto dell’isolamento e della quarantena. Il virus festeggiava vittorie su vittorie, ma veramente la promiscuità era tanto sciagurata quanto vitale. Si poteva curare chi stava male e poi ammalarsi. Non tutti, non sempre. Ma come cantava Frank Sinatra in My Way: “Regrets, just a few”, quasi nessun rimpianto. Preferiamo la sanità eccellente di oggi, se e quando c’è. E adoriamo la conoscenza di tutti i virus e il controllo su quel che accade. Ma non siamo nati ieri. Abbiamo dentro di noi, nel genoma e nella memoria remota, il ricordo delle battaglie mitologiche precedenti, delle sconfitte precedenti e dei virus precedenti.

Nei pochi anni che passai studiando medicina imparai questa straordinaria verità: ognuno di noi, dal momento del suo concepimento e finché non viene al mondo, ricapitola tutto il passato della vita nella sua evoluzione. Le parole sono auliche: l’ontogenesi ricapitola la filogenesi. Ma il concetto è magnifico. Significa che non siamo i primi, non siamo i soli. In fondo, siamo quel tipo di eroe che piace agli americani: siamo i surviver, siamo quelli che ce l’hanno fatta, figli dei figli dei più tosti, dei più resistenti, dei più vitali. I Platters cantavano Only You e noi ballavamo sulla mattonella, le ragazze erano belle e scostanti e avevano gonne lunghe e scozzesi che facevano volteggiare ballando il rock. I virus ronzavano fra di noi, ma ci baciavamo lo stesso.