Una crisi di credibilità è quella che ha investito la Magistratura. Non in casi singoli, ma nel suo complesso. Ed è questa la cosa più allarmante. A sostenerlo a Il Riformista, è un’autorità riconosciuta a livello internazionale nel campo del Diritto: Fausto Pocar, già professore di Diritto Internazionale presso l’Università degli Studi di Milano. Dal 1984 al 2000 ha fatto parte del Comitato per i Diritti Umani dell’Onu, ricoprendo l’incarico di presidente dal 1991 al 1992.

Inoltre, Pocar è stato membro della delegazione italiana all’Assemblea generale delle Nazioni Unite a New York e a più riprese alla Commissione per i Diritti Umani a Ginevra. Nel 1999 è stato nominato giudice per il Tribunale Internazionale per i Crimini nella ex-Jugoslavia, ricoprendo il ruolo di Presidente dal 2005 al 2009. È anche membro della Camera di Appello del Tribunale penale internazionale per il Ruanda dal 2000.

Professor Pocar, un nuovo tsunami si è abbattuto sulla magistratura: quello della “Loggia Ungheria”, che fa seguito al “caso Palamara”. Che idea si è fatto in proposito?
L’impressione che ho ricevuto è di una estrema gravità. Mi riporto a quanto ha detto il Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, quando è scoppiato il caso Palamara. In buona sostanza, il Capo dello Stato parlò di un quadro sconcertante, di manovre per veicolare le nomine dei magistrati. E ha parlato di necessità di una riforma per restituire credibilità ai giudici. Questa è l’impressione che ho avuto io stesso e mi identifico pienamente in queste parole del Capo dello Stato.

Perché?
Perché se i giudici non sono più credibili in questo Paese, la gravità del problema è di carattere generale. Non è il singolo episodio di corruzione al quale si può mettere riparo. Ma se stiamo parlando di credibilità dell’organo di autogoverno, il Csm, e di credibilità della magistratura nel suo complesso, sia quella inquirente sia quella giudicante, la situazione è veramente gravissima. Occorre trovare un rimedio. Un Paese civile, un Paese europeo soprattutto, non può andare avanti con una magistratura che non è più credibile. Ne va di tutta la cooperazione giudiziaria internazionale, e di questo credo di avere una certa esperienza. Non coglierne la portata, o ridurre il tutto a qualche “mela marcia”, lo ritengo un grave errore di percezione che rischia di rendere vane le parole e le sollecitazioni del Presidente Mattarella.

La “correntizzazione” della nostra magistratura, dell’Anm, lei l’ha ritrovata in altre realtà con cui ha interagito?
In quelle con cui ho interagito non l’ho ritrovata. Premetto che non ho una esperienza ampia nella conoscenza di altre magistrature e poi bisogna vedere come le nomine vengono fatte in altri Paesi. Non c’è sempre un organo di autogoverno come abbiamo in Italia. Dove c’è, ci può essere questo stesso problema, mentre dove le nomine sono fatte in altro modo il discorso può diventare molto diverso: se le nomine sono fatte dal potere politico, ad esempio, ci saranno altri problemi ma non questo della “correntizzazione”. Che è una grave stortura della magistratura. Questa non è una cosa nuova. Le correnti ci sono da troppo tempo nella magistratura. Un pluralismo che sia fondato su differenze di opinioni è benvenuto, ma non una sindacalizzazione finalizzata alle carriere. Perché questo porta a gruppi di potere, a lobby che non ci devono essere nella magistratura.

In precedenza lei ha evocato le parole del Capo dello Stato in merito alla necessità di mettere mano ad una riforma della giustizia. Ma non è questo un compito della politica, dal quale la politica puntualmente si ritrae. Perché, a suo avviso, la politica si chiama fuori da questo dovere?
Su questo non si può essere tranchant. Però il sospetto che il cittadino ha è che la “correntizzazione” della magistratura abbia anche una implicazione politica e nella politica. Se la politica è coinvolta in questa cattiva gestione dell’organo di autogoverno della magistratura, ha il problema di coprire certe cose o di non indagare o garantire su altre. Ciò fa sì che la politica non riesca a riformare la giustizia, perché non riesce o non vuole “riformare” se stessa. C’è, per fare un esempio, il problema della nomina di una commissione parlamentare sulla giustizia, che poi non è chiaro se debba essere una commissione d’inchiesta o di indagine. Qualunque ne siano i compiti, questa commissione nasce malamente, se nasce. Perché lo scontro dei partiti per avere delle posizioni di controllo nella commissione stessa sono tali da mettere in pericolo la sua istituzione. Butto lì una ipotesi, se posso…

Certo che sì, professor Pocar
Una commissione parlamentare è la benvenuta, ovviamente. Nessuno dice che non ci debba essere una commissione d’inchiesta della magistratura fatta dal Parlamento, che è pur sempre l’autorità democratica principale. Ma mi domando se le implicazioni politiche che ha avuto il governo della magistratura, consentano di svolgere un’inchiesta veramente indipendente. È un po’ azzardato dire che il Parlamento non possa fare qualcosa d’indipendente, ma mi chiedo se le implicazioni non siano tali che alla fine questa commissione rischi di fare ben poco. Sarebbe più auspicabile una commissione del tutto indipendente. Non fatta di magistrati, sarebbe imbarazzante, ma perché non di giuristi, avvocati, che sono molto fuori dal gioco della riforma, di professori, e ne abbiamo nel nostro Paese, ex presidenti di Corte costituzionale, ex presidenti della Cassazione, ma in pensione a quel punto. Quella sarebbe un’inchiesta che avrebbe un peso molto maggiore di quella parlamentare.

Una delle questioni su cui più si discute, si polemizza, ci si divide, è quella della separazione delle carriere. Come la pensa in proposito?
È davvero difficile dire. Se si guarda in modo comparato a questo problema con altri Paesi, in vari sistemi costituzionali le due funzioni, quella inquirente e quella giudicante, sono separate, ma una compete decisamente, in quanto alle nomine, al potere politico. La magistratura inquirente, negli Stati Uniti e in altri Paesi, è sotto il controllo del potere politico. Il che, ovviamente, non garantisce l’indipendenza. Perché è chiaro che il ministro che controlla può dire al suo procuratore che proceda nei confronti di tizio e non nei confronti di caio. Il rischio c’è. In questi sistemi esistono altri contrappesi. In Italia, forse, un vantaggio nella separazione delle carriere ci sarebbe. Mi riferisco alla gestione delle carriere, perché a quel punto sarebbero carriere separate e quindi fenomeni di conflitti d’interesse che si verificano oggi, potrebbero non verificarsi. Ma non credo, in tutta franchezza, che questo possa essere il toccasana. Mi preoccupa di più la posizione del nostro Paese in un contesto internazionale ed europeo. La ministra della Giustizia ha un programma che va nella direzione giusta, Il problema sarà riuscire a realizzarlo. Parla di colpire i conflitti d’interessi e i fenomeni di lobbying, sono cose importanti. Le permetterà la politica di fare tutto quello che la ministra Cartabia si propone di fare? Io mi auguro di sì, ma questo è tutto da vedere.

Esperto di Medio Oriente e Islam segue da un quarto di secolo la politica estera italiana e in particolare tutte le vicende riguardanti il Medio Oriente.