Goffredo Bettini è stato molto chiaro. Ha detto che firmerà i referendum radicali sulla giustizia, ha detto che questi referendum sono l’occasione per riformare la politica, ha detto che bisogna smetterla di combattere i propri avversari usando i tribunali, ha detto – quasi esplicitamente… – che il Pd deve diventare un partito garantista. Ha scritto tutte queste cose, di suo pugno, in un articolo che è stato pubblicato ieri sul Foglio. Assumendo una posizione molto molto lontana da quella del segretario del Pd Enrico Letta che per due volte di seguito, nei giorni scorsi, si è collocato a metà strada tra i giustizialisti e quelli che ha battezzato, piuttosto sprezzantemente, gli “impunitisti”. Letta mette sullo stesso piano i Davigo e i Travaglio con i “maniaci” dello Stato di diritto. Bettini, sembrerebbe, non accetta questa equidistanza e, con coraggio, si schiera coi radicali e con i garantisti.

Non riesco ad essere sicuro che si tratti davvero, finalmente, dell’apertura di una grande battaglia. Ideale e politica, come sono le vere battaglie. Che possa mettere in gioco il futuro e il destino della sinistra e del Pd. E avviare la transizione verso il socialismo libertario. Non ne sono sicuro perché troppe controsvolte, in questi anni, mi hanno reso pessimista. Però non me la sento di considerare l’uscita di Goffredo Bettini come una boutade, un mezzo passo di danza. Lo conosco da tanto tempo, Bettini, da quando eravamo ragazzi e facevamo politica all’Università. So che ha notevoli doti politiche, che ha capacità di pensiero e un eccesso di spregiudicatezza. So che è stato il figlioccio di due giganti del Pci come furono Pietro Ingrao e Gerardo Chiaromonte. Lontani tra loro: leninista ma laico e liberal il primo, migliorista e garantista vero il secondo. So anche che negli ultimi anni, dopo l’abbandono di Veltroni e D’Alema, e dopo la meteora Renzi, è lui che ha preso in mano, seppure da dietro le quinte, le redini del partito.

Voglio fare una scommessa: mi fido. Così come – seppure con molti maggiori dubbi – mi fido della svolta liberale e antigrillina del giovane Luigi Di Maio. Che ha avuto fegato e ha parlato contro la gogna giudiziaria. È chiaro che qualcosa si muove. Probabilmente la crisi e il disvelamento del marcio nella magistratura ha mosso alla riflessione diversi settori politici. So bene che l’operazione politica garantista è un’impresa difficilissima, perché va a sbattere contro il muro di piombo costruito dal partito delle Procure. Che ha a sua disposizione gran parte del sistema informativo, e lo manipola con grande agilità e molto facilmente.

Però una cosa mi sembra chiara. Che oggi in Italia una forza garantista non esiste. È garantista Berlusconi, certamente, ma non il suo partito. Sono garantisti i radicali, è garantista la diaspora socialista, ci sono alcuni garantisti isolati nel Pd, naturalmente in Forza Italia e in Fratelli d’Italia. Ma una forza in grado di condannare gli assalti alla politica e all’impresa e contemporaneamente gli assalti ai diritti dei migranti, dei disperati, dei rom, non esiste.
Una svolta garantista del Pd avrebbe un effetto ciclone sulla politica italiana. Lo stesso valore sconvolgente che nel 1989 ebbe la svolta di Occhetto che spinse il Pci fuori dal comunismo. Quella volta Occhetto ebbe il sistema dell’informazione a favore. Bettini, se andrà avanti, se lo troverà contro. Ha il coraggio di andare avanti lo stesso? Dai, Goffredo, può essere il passaggio più pericoloso e esaltante della tua vita politica.

Giornalista professionista dal 1979, ha lavorato per quasi 30 anni all'Unità di cui è stato vicedirettore e poi condirettore. Direttore di Liberazione dal 2004 al 2009, poi di Calabria Ora dal 2010 al 2013, nel 2016 passa a Il Dubbio per poi approdare alla direzione de Il Riformista tornato in edicola il 29 ottobre 2019.