L’altroieri due imputati di Pignatone (nel processo “mafia capitale”) sono venuti al banchetto del Riformista per firmare i referendum radicali, concepiti per dare una spallata e imporre una riforma vera della Giustizia. Erano Salvatore Buzzi e Massimo Carminati, cioè i due imputati più famosi di quel celebre processo. Pignatone li accusò di essere dei capimafia, e sostenne che Roma era finita in mano a Cosa Nostra. I giornali, quasi tutti, e anche le Tv, le radio, la Rai, si accodarono, senza muovere un’obiezione, senza chiedere un riscontro, un indizio, una prova.

Decine di persone furono arrestate in modo spettacolare, uno di loro, proprio quel Carminati che ieri ha firmato per i referendum al nostro banchetto, fu catturato sotto lo sguardo delle telecamere. Perfetta la regia, bravi i cameramen. Che non erano, oltretutto, professionisti ma semplici carabinieri. Poi il filmato fu distribuito alla stampa, e nessuno si indignò. Fu mandato in onda ovunque, era di ottima qualità. Oggi sarebbe reato, allora non lo era. Sarebbe reato perché è intervenuta l’Europa a dire basta allo scandalo italiano della giustizia show, e il Parlamento italiano, forse a malincuore, si è adeguato e ha varato, obtorto collo, una apposita legge. L’Europa ha spiegato ai nostri legislatori che la magistratura deve preoccuparsi di cercare i reati, poi i colpevoli, poi le prove. fa così in tutto il mondo libero. Non si deve preoccupare del grandangolo, delle luci per la cinepresa, dell’assetto giusto per la conferenza stampa, del nome ad affetto per l’inchiesta.

“Mafia capitale” era un nome molto azzeccato. Servì, tra l’altro, ad accreditare nel mondo l’idea che la vecchia Roma era finita in mano alle cosche mafiose. Le quali controllavano tutto. Le opere pubbliche, il commercio, il Campidoglio. Il danno economico e di prestigio per la città fu enorme. Furono felici solo i 5 stelle che utilizzarono quel processo per travolgere il Pd e conquistare il Campidoglio (e anche per Roma ci fu un ulteriore danno economico e di prestigio…). Le sentenze hanno poi stabilito che a Roma non c’era ombra di mafia. Capito? Zero mafia. E allora i mafiosi Buzzi e Carminati? Beh, non sono mafiosi, anche se hanno passato cinque anni in prigione al 41 bis con l’accusa di essere boss. Se le cose stanno così – e mi pare impossibile contestare questa ricostruzione – è logico o illogico che Buzzi e Carminati si sentano un po’ vittime di una giustizia spettacolo, che per fare notizia si è inventata l’accusa di mafia e gliel’ha tirata addosso? A me pare che sia logico.

Invece il Fatto Quotidiano – che ha avuto la notizia, stavolta, non da Davigo o da qualche Pm ma direttamente dal nostro giornale, che l’ha pubblicata online ieri mattina – ha colto l’occasione per scagliarsi contro di noi e contro i radicali. Qual è la tesi? Un po’ all’ingrosso possiamo dire che la tesi è che noi e i radicali siamo un gruppetto di favoreggiatori, che ci accompagniamo sempre con le donne e gli uomini della “mala” e sarebbe bene se qualcuno ci prendesse in custodia. Cautelarmente… E per dare sostegno a questa tesi Il Fatto sciorina un elenco di poco di buono (non so quale sia il plurale di questa tripla parola…) che hanno firmato i referendum sulla giustizia. Valerio Fioravanti, Francesca Mambro, Sergio D’Elia, Sergio Segio, Bruno Contrada, Totò Cuffaro, Gianni Alemanno. Poi allunga l’elenco con un bel pacchetto di nomi di persone che non si sa con certezza se abbiano firmato per i referendum (alcune non possono firmare perché sono morte) ma che comunque sono amici, o lo sono stati, dei radicali e di Pannella. A partire da Toni Negri, e poi Rainaldo Graziani, Cesare Battisti, Michele Greco, Mario Mori, Ambrogio Viviani, Marcello dell’Utri, Raffaele Sollecito. Prima di tutto vediamo le singole posizioni di alcune di queste persone. Poi proviamo a spiegare cosa è il garantismo (che è, storicamente, una corrente ideale di pensiero e non la sigla di una associazione esterna).

Valerio Fioravanti e Francesca Mambro. Sono stati all’inizio degli anni 80, militanti e leader dei Nar (gruppo della lotta armata sul versante fascista), hanno commesso diversi delitti, sono stati condannati e hanno scontato la condanna.

Sergio D’Elia, è stato un militante di Prima Linea (lotta armata sul versante comunista), non è stato condannato per reati di sangue ma solo per reati in concorso, anche lui ha scontato la pena.

Sergio Segio. Anche lui di Prima linea, ha commesso alcuni delitti di sangue, anche lui ha scontato la pena.

Bruno Contrada. Ha scontato più di dieci anni in prigione, ha perso il lavoro, gli è stata rovinata la vita dagli anni 90 in poi. La Corte europea ha dichiarato la sua innocenza e stabilito che lo Stato italiano lo dovrà risarcire.

Totò Cuffaro, condannato per concorso esterno in associazione mafiosa per avere avvisato una persona (che però non è stata condannata) che un suo amico era intercettato. La notizia Cuffaro l’avrebbe avuta da un’altra persona (che però neanche lei è stata condannata). Strana storia. Non ricevi la notizia, non la dai, però ti condannano lo stesso. Cuffaro ha scontato tutta la pena e non gli è stato concesso neppure di partecipare ai funerali della mamma.

Gianni Alemanno. Accusato di essere pure lui della banda di mafia capitale, eliminato dall’arena politica, assolto.

Toni Negri. Accusato di essere un capo delle Br e il telefonista del gruppo che rapì Moro, messo in prigione, scagionato dalle accuse ma condannato perché durante l’ingiusta prigionia partecipò a una rivolta. 20 anni di esilio in Francia e poi sette anni in prigione a Rebibbia.

Rainaldo Graziani. Il Fatto lo accusa di essere il figlio di un esponente di Ordine Nuovo (Gruppo neofascista degli anni 60-70). Chissà se tra qualche anno se la prenderà anche con il pronipote.

Cesare Battisti. Coi radicali non c’entra nulla. Sta scontando l’ergastolo per una serie di delitti (io, personalmente, continuo ad avere forti dubbi sulla sua colpevolezza, della quale non sono mai state trovate le prove. C’è solo una sua confessione, 30 anni dopo, senza la quale avrebbe dovuto rinunciare a tutti i possibili benefici penitenziari).

Michele Greco. È stato un importante capo mafia che ha finito i suoi giorni all’ergastolo, e, da ergastolano, aveva chiesto la tessera dei radicali. Secondo alcune testimonianze leggeva anche il Corriere della sera, all’epoca diretto da Paolo Mieli…

Mario Mori. È un generale dei carabinieri, incensurato, famoso per aver arrestato molti mafiosi, tra i quali Riina (forse anche Greco) ma che poi commise l’errore di ficcare il naso nei rapporti tra la mafia e le imprese del Nord e finì sotto processo, assolto tre volte ma ora processato ancora nel più assurdo processo dai tempi dell’antica Roma: quello Stato-Mafia.

Ambrogio Viviani. Incensurato.

Marcello dell’Utri. Condannato per concorso esterno in associazione mafiosa, ha scontato tutta la pena, si aspetta che la Corte Europea annulli la sentenza e imponga allo Stato il risarcimento perché, come nel caso di Contrada, all’epoca dei fatti per i quali è accusato, questo reato singolarissimo (estraneo al codice penale e sconosciuto in tutti gli altri paesi del mondo) non era stato ancora neppure concepito. Fu inventato a un certo punto per condannare senza prove delle personalità politiche che non era possibile accusare di favoreggiamento, per assenza del favoreggiamento.

Raffaele Sollecito. Giovane assolto dall’accusa di omicidio dopo cinque giudizi.

Diciamo che in questi elenchi c’è una bella confusione. Anni diversi, fatti diversi, posizioni diverse. Un bel gruppetto di queste persone è vittima evidente della mala giustizia, e a loro i giornali dovrebbero chiedere scusa, e non lo hanno mai fatto. I giornali seguono i teoremi dell’accusa, si inchinano in silenzio ai Pm, e il silenzio diventa impenetrabile se poi i teoremi dell’accusa vengono smentiti. Anzi, spesso, nei confronti dell’assolto, i giornali scrivono: “che fu coinvolto nell’inchiesta su…” Sì, sì, l’hanno assolto – fanno capire – ma se il Pm lo ha accusato evidentemente era colpevole,
Ecco i referendum si fanno per questa ragione.

Per riportare un pochino di Stato di Diritto nel Dna di questo paese. Che è un Dna ormai corrotto. E ristabilire un po’ di garantismo. Mi piacerebbe provare a spiegare a Travaglio questo concetto: il garantismo è una forma di protezione degli imputati. È normale che gli imputati, o anche i condannati, siano interessati al garantismo. Raramente il garantismo serve a proteggere le suore Orsoline che vivono in clausura (per la verità non sono sicuro che le Orsoline vivano in clausura). Non so se mai a Marco entrerà questo concetto nel cervello. Ho paura che da quando, in quel lontano Natale del 1962, Babbo natale gli depositò sciaguratamente sotto l’albero un paio di manette argentate, Marco sia rimasto fulminato. Non ne è mai uscito da quel trip.

Giornalista professionista dal 1979, ha lavorato per quasi 30 anni all'Unità di cui è stato vicedirettore e poi condirettore. Direttore di Liberazione dal 2004 al 2009, poi di Calabria Ora dal 2010 al 2013, nel 2016 passa a Il Dubbio per poi approdare alla direzione de Il Riformista tornato in edicola il 29 ottobre 2019.