Ci sono parole che ti riempiono la bocca prima ancora che tu riesca ad assaporarle. Per Marco Travaglio quella che dà più soddisfazione è “salvaladri”, tanto che ora ha coniato anche quella “d’estate”. Che sarebbe la stagione in cui, forse perché molti sono disattenti, si può randellare a piacere la ministra Marta Cartabia. Che è la sua preferita, quella che lo fa andare letteralmente fuori di testa. Perché è una donna, e conosciamo la misoginia di Marcolino, e anche perché è inattaccabile. Anche se sul Fatto siamo riusciti a sentir dire che l’ex Presidente della Consulta prepara bozze di legge fuori dal recinto della costituzionalità.

Così ieri, mentre tutti si affannavano a interpretare le ultime sulla guerra e, in sede nazionale, i risultati delle elezioni amministrative, pare che la notizia più rilevante per il Fatto quotidiano fosse l’“Ideona Cartabia: mettere fuori un condannato su 3”. Dove quel “mettere fuori” dava la sensazione di riempire la bocca degli indignati, proprio come il concetto di “salvaladri”. Il che dà l’idea di una visione di società. Quella in cui non si deve “salvare” l’altro, ma piuttosto dargli uno spintone, quella in cui non si devono aprire le porte, ma piuttosto sprangarle, dopo aver catturato i prigionieri. «Per Cartabia dunque –scrive la cronista del Fatto- in carcere non ci deve andare quasi nessuno». Intendendo con quel “quasi nessuno”, quel 30% della popolazione ristretta (cui potremmo aggiungere i tanti innocenti non ancora processati) che hanno subito condanne inferiori a quattro anni. Sono i tanti inutilmente parcheggiati a riempire le giornate di noia e di inerzia, ma anche di lugubri pensieri e di attesa, che vanno a riempire le statistiche solo quando qualcuno non ce la fa più e mette fine ai suoi giorni.

Sono quelli di cui ha riferito pochi giorni fa al Parlamento il Garante delle persone private della libertà. I numeri spiegano il perché di un sistema penitenziario italiano perennemente in affanno con il sovraffollamento e le inutili reprimende degli organismi europei. Che cosa stanno a fare dentro le prigioni 1.319 persone che devono scontare meno di un anno di pena, e altre 2.473 condannate alla reclusione per un periodo che sta tra uno e due anni? Possibile che lo stesso concetto di “pena” debba forzatamente coincidere con la privazione della libertà? Può sembrare stravagante, ma dopo i referendum, uno dei quali riguardava anche la custodia cautelare, e dopo la “riforma Cartabia”, di carcere si continua a parlare. Il tema non è stato accantonato, anche perché la ministra pare instancabile. E forse è proprio per questo che Marco Travaglio ha voluto lanciare l’allarme sui decreti attuativi della riforma e la possibilità che prevedano misure alternative al carcere per pene brevi, cioè fino a quattro anni, con l’applicazione di semilibertà, detenzione domiciliare o il lavoro di pubblica utilità. Tutti sistemi adottati negli altri Paesi, compresi i rigorosi Stati Uniti, senza che destino scandalo alcuno.

Nei giorni scorsi ha un po’ messo le mani avanti sul Corriere Aldo Cazzullo il quale, rispondendo a una lettera, ha invocato che si costruiscano nuove carceri, possibilmente lontano dai centri abitati, ma moderne e dignitose. Usando l’equidistanza tra “rigoristi” e “garantisti” (offensiva per i secondi, che semplicemente chiedono l’effettiva applicazione dei principi costituzionali), Cazzullo finisce per considerare tutti i detenuti come socialmente pericolosi. Come se i reati consistessero solo in stragi e omicidi, come se le prigioni non fossero piene invece di quelle migliaia di persone, spesso giovani e stranieri, che sono state condannate a pene lievi per reati contro il patrimonio e non contro le persone. Scrollarsi di dosso l’ossessione del carcere, per i reazionari tagliagole come Travaglio e i suoi cronisti, ma anche i sinceri aspiranti riformatori come Cazzullo (o anche Enrico Bellavia, che sull’Espresso si dice favorevole alle pena alternative purché si butti via la chiave che ha rinchiuso i mafiosi non pentiti), sarebbe una bella opera di igiene democratica. Un passettino per volta, Cartabia ce la farà.

Politica e giornalista italiana è stata deputato della Repubblica Italiana nella XI, XII e XIII legislatura.