Le prossime elezioni amministrative rischiano di trasformarsi in una sentenza politica definitiva per Forza Italia. E stavolta non ci saranno alibi, scuse o narrazioni consolatorie utili a salvare una classe dirigente che appare sempre più distante dalla realtà del Paese e persino dal proprio elettorato. Mentre tutti cambiano, si rinnovano, si riposizionano e sperimentano nuovi linguaggi, nel mondo azzurro si continua incredibilmente a discutere quasi esclusivamente di correnti, congressi e piccoli equilibri di potere. Una politica vissuta ormai più come gestione del proprio spazio interno che come costruzione di consenso.

Tajani non sa come salvare i seggi

Da una parte Antonio Tajani, impegnato soprattutto in una linea difensiva finalizzata a blindare pseudo congressi territoriali utili più a salvare seggi e fedelissimi che a rilanciare davvero il partito. Dall’altra Paolo Barelli, che secondo molti dentro Forza Italia non vorrebbe nemmeno lasciare gli uffici da capogruppo perché ritenuti più prestigiosi e comodi rispetto a quelli da sottosegretario. Può sembrare un dettaglio secondario. In realtà è una fotografia plastica perfetta del momento politico azzurro: autoreferenzialità, gestione del potere e totale assenza di visione. Nel frattempo il mondo fuori corre velocissimo. Giorgia Meloni ha trasformato Fratelli d’Italia in una macchina politica identitaria e organizzata. La Lega prova a ridefinirsi e deve già fare i conti con l’ascesa di Roberto Vannacci, capace di intercettare consenso popolare, rabbia sociale e linguaggio diretto. Dall’altra parte, perfino AVS di Angelo Bonelli e Nicola Fratoianni cresce lentamente ma costantemente, al punto da poter realisticamente superare Forza Italia nei consensi.

Forza Italia verso un’umiliazione storica

Sarebbe un’umiliazione storica per il partito fondato da Silvio Berlusconi. Ed è qui che il centrodestra dovrebbe fermarsi a riflettere seriamente. Perché senza una forza liberale, moderata, garantista e moderna, anche la coalizione rischia nel medio periodo di diventare fragile e incompleta. Le amministrative saranno decisive proprio per questo. Perché lì conteranno il radicamento, le classi dirigenti, la credibilità territoriale. E il risultato di Forza Italia rischia di essere impietoso. In molte realtà il partito appare inesistente, diviso, commissariato di fatto o totalmente scollegato dal territorio. E dopo quella prova elettorale non ci sarà più spazio per nessun alibi.

Occhiuto e Mulè per ripartire

Se arriverà l’ennesimo risultato mediocre, sarà inevitabile aprire finalmente una fase nuova, sostituendo definitivamente una classe dirigente che appare ormai politicamente scadente, incapace di allargare consenso e spesso percepita più come un problema che come una soluzione. Serve allora un cambio di guardia vero. I nomi di Roberto Occhiuto e Giorgio Mulè rappresentano oggi probabilmente l’ultima possibilità concreta per costruire una “Forza Italia 2”: più moderna, più liberale, più mediatica e soprattutto più credibile. Così come sarebbe ora di cambiare anche la comunicazione del partito. Perché troppo spesso il portavoce appare il portavoce personale di Tajani più che quello di una comunità politica nazionale. Anche per questo molti chiedono ormai apertamente il superamento del ruolo attuale di Raffaele Nevi con figure più autorevoli e incisive come Deborah Bergamini o Alessandro Cattaneo. Una nuova fase potrebbe persino riavvicinare mondi oggi lontani ma attentissimi a ciò che accade nell’area moderata: da Stefano Esposito a Marco Minniti, passando per Luca Zaia e Luigi Marattin. Ma il tempo sta finendo. E continuare a far finta di nulla potrebbe essere l’errore più grave di tutti.

Gabriele Elia

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