Davanti ai rappresentanti del centrosinistra napoletano, Gaetano Manfredi è stato chiaro: «Mi sento pienamente nel campo progressista». E meno male. È bastato il suo sos sui conti del Comune di Napoli perché Partito democratico, Movimento 5 Stelle e Articolo Uno si svegliassero dal loro decennale letargo e riflettessero su come scongiurare il crac di Palazzo San Giacomo. Il risultato è il patto per Napoli sul quale non mancano perplessità a livello politico e tecnico. La domanda più importante alla quale i firmatari dell’accordo e i vari candidati sindaci non hanno ancora risposto, però, è un’altra: ammesso e non concesso che Governo e Parlamento nazionali riescano a neutralizzare gli effetti dell’ultima pronuncia della Corte Costituzionale sulla gestione del deficit comunale, come saranno affrontati e risolti i problemi strutturali che pesano sul bilancio di Napoli e, in tutta Italia, di un ente locale su sei?

I numeri che emergono dalla banca dati delle amministrazioni pubbliche, riportati ieri dal Sole 24 Ore, indicano Palazzo San Giacomo come un modello tutt’altro che virtuoso di riscossione. Nel 2019, infatti, Napoli ha incassato soltanto 129 milioni di entrate extra-tributarie sui 307 previsti, pari al 46%. Performance ancora peggiore per quanto riguarda la riscossione delle multe, ferma al 24,4% con 36,4 milioni effettivamente riscossi a fronte dei 139,4 previsti. Le somme non incassate finiscono tra i residui attivi, cioè tra gli arretrati che i Comuni provano a recuperare in un secondo momento, spesso senza successo. Tutto ciò alimenta un circolo vizioso nel quale amministrazioni come quella di Napoli sono incapaci di riscuotere imposte ed entrate extra-tributarie e, conseguentemente, di garantire i servizi ai contribuenti e di cancellare quelle sacche di disagio socio-economico in cui onorare gli impegni verso il Comune rappresenta l’ultimo dei problemi.

La morale della favola? Un intervento dello Stato a favore dei Comuni in crisi – circa mille e 400 in tutta Italia – è indispensabile per salvaguardare i servizi essenziali offerti a cittadini e imprese, prima ancora che per mettere i sindaci in condizione di lavorare più o meno serenamente. A patto, però, che il problema della riscossione non venga per l’ennesima volta nascosto sotto il tappeto di formule più o meno fantasiose come quella del patto per Napoli. Sarebbe il caso, dunque, che Governo e Parlamento nazionali lavorassero anche a norme in grado di responsabilizzare i Comuni e di evitare la ciclica riproposizione di quei limiti strutturali delle politiche di bilancio che, negli anni, ha condotto molte amministrazioni locali al dissesto.

Due interrogativi su tutti: quali prospettive ci sono per l’accertamento esecutivo, procedura consolidata nell’ambito del fisco nazionale ma paralizzata dall’emergenza Covid per quanto riguarda i tributi locali? Qualcuno, poi, sta pensando a una radicale semplificazione dell’iter attraverso il quale le amministrazioni locali incassano le somme dovute dai contribuenti? Su questi temi sarebbe il caso che intervenissero anche i candidati alla guida di Palazzo San Giacomo: una volta ottenuto l’aiuto promesso dallo Stato, come pensano di incrementare le entrate, visto che la spesa corrente di un miliardo e 200 milioni difficilmente potrà essere ridotta? Perché, se è vero che i cittadini hanno diritto a un “salvagente”, è altrettanto vero che i candidati hanno il dovere di indicare una prospettiva credibile di risanamento dei conti.

Classe 1987, giornalista professionista, ha cominciato a collaborare con diverse testate giornalistiche quando ancora era iscritto alla facoltà di Giurisprudenza dell'università Federico II di Napoli dove si è successivamente laureato. Per undici anni corrispondente del Mattino dalla penisola sorrentina, ha lavorato anche come addetto stampa e social media manager prima di cominciare, nel 2019, la sua esperienza al Riformista.