Bruno Piraccini, presidente di Orogel, nota azienda che produce in particolare verdure surgelate, racconta al Riformista come si sono attrezzate le fabbriche per affrontare l’emergenza Coronavirus, come sono cambiati i consumi degli italiani in questa fase e parla delle sfide che l’Italia dovrà affrontare finita l’emergenza. Per Piraccini le risorse destinate al reddito di cittadinanza si potrebbero usare «per abbassare il costo del lavoro e favorire l’occupazione». «Anche nel settore agricolo» che, come denunciato dal Riformista, «al Sud ha urgente bisogno di manodopera». Senza maestranze sono a rischio diverse produzioni agricole tra cui quella dei pomodori.

Presidente, lei ha dichiarato che per rispettare le nuove misure di sicurezza avete dovuto ridurre la produzione tra il 10% e il 20%. Come impattano le misure sui processi produttivi?
Noi lavoriamo 24 ore su 24 e tra un turno e l’altro dobbiamo verificare la temperatura dei nostri collaboratori e che le mascherine e il vestiario siano indossati in maniera corretta. Dopodiché i dipendenti vengono disposti sulle linee di produzione in modo da rispettare le distanze di sicurezza. Tutte queste forme aggiuntive di prevenzione, che servono a garantire la massima sicurezza in questa situazione, non consentono di sfruttare al meglio tutto l’orario di lavoro. Ad ogni modo noi, come tutte le altre fabbriche che devono rimanere aperte in questi giorni, siamo orgogliosi di fare la nostra parte per l’Italia in questa situazione difficile.

Per quanto riguarda la domanda di prodotti, invece? Si vendono più verdure surgelate in questa fase?
Gli italiani consumano nel dettaglio molti più surgelati. Siamo davanti a un +40% rispetto ai trend del periodo. La crescita riguarda tutti i prodotti: dai minestroni ai passati di verdura. C’è invece un calo rimarcato nel food service (mense, ristorazione, catering, ndr.). È un settore che per ora ha perso un terzo del suo potenziale e successivamente non sappiamo come reagirà. Al netto di questo calo le uscite dagli stabilimenti sono aumentate del 33%.

Cambiamo argomento. Il decreto “Cura Italia” del Governo è un antidolorifico o un antibiotico? L’Europa sta facendo abbastanza?
Al momento mi pare si tratti più di un antidolorifico che di un antibiotico efficace. Si può fare meglio nonostante la situazione molto complicata. L’Europa, invece, sta dimostrando i suoi limiti: ha perso un’occasione importante per creare una solidarietà europea. Di fronte a questa calamità i Paesi hanno finora preferito andare in ordine sparso. Anzi, sembra che ci sia un accaparramento dei prodotti quasi a sottrarli l’uno all’altro.

Anche nel vostro settore?
Nel nostro settore non abbiamo questo problema perché usiamo tutti prodotti italiani. Però, se pensiamo alle mascherine fermate al confine, dispiace dover assistere al blocco di alcuni camion destinati all’Italia. Questo piccolo Far West, che purtroppo amplifica speculazione e mercato nero, poteva essere evitato dall’Europa.

Si sta giocando un po’ sporco in questo caso?
Direi di sì.

Da imprenditore che suggerimenti darebbe al Governo?
Ritengo indispensabile puntare tutto sul rafforzamento del sistema sanitario per porlo nella condizione di fronteggiare anche le crisi più complicate. E da questo punto di vista credo che un po’ si stia dormendo. La riprova è che la stessa Lombardia ha avuto la necessità di dotarsi di un suo commissario; questo la dice lunga sul fatto che non c’è una perfetta assonanza tra Regioni e Governo.

Per quanto riguarda la parte economica si è fatto abbastanza?
Gli interventi che mirano a integrare i redditi temporaneamente possono avere un senso, ma non credo sia questa la soluzione. Come non lo è il reddito di cittadinanza. Bisognerebbe aiutare le aziende a rinnovarsi, investire in nuovi settori, riappropriarsi delle produzioni che sono andate all’estero e che bisogna far rientrare nel nostro Paese.
È una delle occasioni in cui si può creare un limite alla globalizzazione attraverso la presa di coscienza che le produzioni strategiche devono essere nazionali. Torniamo sul concreto, puntiamo sulla produzione dei beni che creano occupazione e benessere. In questo senso servono politiche in grado di proteggere le produzioni strategiche e sostenere l’economia reale senza chiudere i mercati.

I vostri coltivatori vi segnalano problemi?
I nostri coltivatori non riescono a rispettare tutti i programmi produttivi che sono necessari al Paese perché manca manodopera. Anche al Sud si è ridotta la produzione dei pomodorini e si prospettano difficoltà in vista del periodo estivo. A questo bisognerebbe dare attenzione.

Giovedì abbiamo denunciato in apertura la mancanza di manodopera, per lo più straniera, nel settore agricolo. La carenza di maestranze riguarda solo il settore dei pomodori o è più estesa?
Il problema della forza lavoro riguarda tutta l’agricoltura in Italia. La situazione è grave al sud per il pomodoro, ma anche in Emilia-Romagna per la prossima raccolta di fragole, di pesche e di albicocche, solo per fare alcuni esempi. Le maestranze rumene che nel centro nord facevano le campagne estive e poi ritornavano in patria, quest’anno non è facile che vengano per paura della pandemia.

Si potrebbero coinvolgere i percettori del reddito di cittadinanza per dare una mano alla produzione?
I lavori devono essere buoni tutti e non mi riferisco solo a quelli nel nostro settore. Usare le risorse del reddito di cittadinanza per incentivare le assunzioni di disoccupati potrebbe consentire di trasformare i contributi percepiti da chi riceve il RdC in risorse destinate a creare nuova occupazione. Anche gli aiuti che si stanno dando in questa fase devono servire a fronteggiare l’emergenza di un mese, ma bisogna guardare immediatamente al futuro. Più che calare risorse dall’alto, servono forti garanzie – come hanno fatto in Germania – per far sì che gli investimenti di tutte le imprese non si fermino.

L’Italia ne uscirà più forte?
L’Italia può uscirne più forte, ma rimane il problema di uno Stato appesantito dall’indebitamento. Ciò che mi fa sperare è che sento in molte persone una gran voglia di spaccare il mondo quando tutto sarà finito.