Da oltre un anno i pagamenti spontanei relativi ai risarcimenti per l’eccessiva durata dei processi sono paralizzati e tutto sembra essersi fermato ai primi mesi del 2017. Praticamente, a quattro anni fa. Da allora una muta attesa per ottenere dallo Stato il ristoro per i troppi anni  – dieci, quindici e, in alcuni casi, anche di più – che avevano già segnato un’altra attesa, quella di una risposta dalla giustizia, di una sentenza, della decisione che secondo la legge andava emessa in tempi «ragionevoli». Sulla durata dei processi la giustizia fallisce da oltre quarant’anni e negli ultimi tempi sempre di più, perché i processi continuano ad avere tempi lunghissimi, le pendenze nei tribunali continuano a crescere e nell’ultimo anno si è aggiunta anche l’emergenza Covid a rallentare il passo di una giustizia eternamente in affanno e in sottorganico.

Il 10 febbraio scorso il governo italiano ha ammesso di aver violato la Convenzione dei diritti dell’uomo e si è offerto di pagare entro tre mesi la somma di 200 euro per danni morali più 30 euro di spese legali per ciascuno dei ricorrenti, oltre alle somme liquidate ai sensi della legge Pinto. Nel gruppo di ricorrenti che si sono rivolti alla Corte europea dei diritti dell’uomo ci sono anche un imprenditore e un funzionario pubblico di Ercolano. Entrambi difesi dall’avvocato Fabio Cozzolino, i due stanno affrontando un calvario giudiziario che dura ormai da diciotto anni. Il governo ha offerto anche a loro una somma di 200 euro a titolo di risarcimento per danni morali, più 30 euro per le spese legali e l’impegno a liquidare il risarcimento stabilito ai sensi della legge Pinto, interessi inclusi.

L’odissea giudiziaria di imprenditore e funzionario pubblico era cominciata nel 2003, cioè ben 18 anni fa. Era il periodo in cui nella cittadina alle falde del Vesuvio si decise di riqualificare la zona vicina agli Scavi. Il progetto mirava a rimettere a nuovo un pezzo di città ad alto valore storico e di grande richiamo turistico. C’erano ancora le lire e i soldi investiti in quel progetto erano tanti. La Procura decise di indagare e arrivò a ipotizzare un giro di mazzette. Le accuse non trovarono alcuna conferma nel processo tanto che nel 2012 il primo grado si concluse con una sentenza di assoluzione, confermata nel 2018 anche in Appello: nessuna irregolarità, nessuna tangente. Intanto il tempo era trascorso inesorabile e vita e carriera dell’imprenditore e del funzionario pubblico furono inevitabilmente condizionate dagli anni necessari per passare dai sospetti dell’inchiesta all’assoluzione della sentenza.

Quindici anni possono cambiare il corso di tanti eventi nella vita di ognuno e tanti ne erano trascorsi dal clamore delle indagini e dallo choc degli arresti domiciliari alla revoca della misura e alla definizione del processo nei vari gradi di giudizio. Quindi, a luglio 2018, i due protagonisti di questa storia presentarono ricorso ai sensi della legge Pinto, cioè di quella legge introdotta nel 2001 per fermare la deriva delle lungaggini processuali. A settembre 2018 la Corte di Appello di Napoli riconobbe all’imprenditore e al funzionario pubblico il diritto a un equo risarcimento per il danno legato ai troppi anni trascorsi da imputati e calcolò una somma di 9.600 euro per l’imprenditore e 6.100 euro per il funzionario pubblico. Da allora i due sono in attesa che la decisione diventi esecutiva, che il riconoscimento sia loro concretamente liquidato.

Uno spiraglio di luce è arrivato nei giorni scorsi dal governo italiano dopo che il loro avvocato, tenuto conto che i pagamenti del Ministero erano fermi ai primi mesi del 2017, aveva deciso di ricorrere alla Corte europea dei diritti dell’uomo. «La Corte – spiega l’avvocato Cozzolino ripercorrendo il lungo iter – ha assegnato a ruolo i ricorsi e ha dato termine al governo italiano fino all’11 febbraio 2021 per proporre osservazioni o avanzare una proposta per evitare la condanna. Il 10 febbraio il governo si è dichiarato espressamente inadempiente, ha ammesso di aver violato la Convenzione dei diritti dell’uomo verso i ricorrenti e si è offerto finalmente di pagare entro tre mesi danni morali, spese legali e le somme stabilite ai sensi della legge Pinto, inclusi gli interessi maturati». Ne riparliamo tra tre mesi.

Napoletana, laureata in Economia e con un master in Marketing e Comunicazione, è giornalista professionista dal 2007. Per Il Riformista si occupa di giustizia ed economia. Esperta di cronaca nera e giudiziaria ha lavorato nella redazione del quotidiano Cronache di Napoli per poi collaborare con testate nazionali (Il Mattino, Il Sole 24 Ore) e agenzie di stampa (TMNews, Askanews).