La giustizia è schiacciata dal peso di processi che sono troppi e troppo lunghi. La depenalizzazione potrebbe essere una soluzione? Lo abbiamo chiesto al professor Vincenzo Maiello, giurista, avvocato e ordinario di Diritto penale all’università di Napoli Federico II. «Scontiamo un approccio anacronistico, perché superficiale ed improduttivo, ai temi della giustizia penale», spiega.

«Il carattere fuorviante del metodo invalso nelle politiche criminali degli ultimi decenni sta in una sorta di concezione taumaturgica del diritto e del processo penale, che muove dall’idea secondo cui solo facendo appello alle risorse di questi strumenti lo Stato potrebbe fronteggiare le aggressioni ai ai diritti ed ai beni dei singoli e della società. La pena – afferma Maiello – è un’arma a doppio taglio, è uno strumento che nel contempo tutela ed offende: essa viene incontro ad esigenze di salvaguardia di interessi e valori possibilmente di primario significato, ma mettendo a repentaglio altri beni fondamentali, quali quelli che fanno capo alla regola aurea dello Stato Costituzionale, vale a dire la libertà dalla coercizione. In pratica, si tratta di un congegno cui è legittimo far ricorso in via di estrema oculatezza e parsimonia sulla base di giudizi di bilanciamento tra opposti valori ed esigenze, dovendosi fondare su prognosi di efficacia altamente consapevoli, ricche di sapere empirico, perché – sottolinea – quando si decide di varare una nuova norma penale non lo si può fare né col piglio estemporaneo delle intuizioni emotive, né con pregiudizi ideologici. Questo è un approccio che il Legislatore ha adottato solo in parte, perché è prevalsa un’esigenza di gestione demagogica e populistica».

Il professor Maiello usa una metafora: «Paragoniamo la pena a un farmaco: il farmaco diventa un veleno se somministrato eccessivamente o può produrre effetti placebo che danno l’illusione della guarigione ma, non toccando le cause della malattia, le lasciano integre sicché la malattia ha la potenzialità per ripresentarsi nel futuro con altre rinnovate, e se possibili, ancora più virulenti manifestazioni». Di qui l’insopprimibile bisogno di farne un impiego massimamente sorvegliato. «È arrivata l’ora di avviare un processo di bonifica della cultura politico criminale del nostro Legislatore e, prima ancora, dello stesso discorso pubblico», osserva Maiello. «L’alternativa è una cultura ed una pratica legislativa orientata all’effettività dei diritti in senso lato, ma anche la sperimentazione di modelli di tutela alternativi ed integrati nel cui ambito alle tradizionali risposte coercitive dovrebbero affiancarsi strumenti di incoraggiamento di condotte virtuose, reintegrative e recuperatorie, quali ad esempio forme di agevolazioni di varia natura nei settori delle offese all’economia, all’ambiente e al territorio, nonché pratiche di giustizia conciliativa e riparativa».

Sul terreno processuale occorrerebbe pensare a filtri che rendano più stringenti le valutazioni predibattimentali. Il fatto che un’enorme quantità di procedimenti si concluda con l’assoluzione impone una riflessione sull’adeguatezza dell’odierna disciplina dell’udienza preliminare e sulla necessità di nuovi criteri di giudizio e di valutazione del materiale di prova. Ma la strada verso la depenalizzazione sembra ancora lunga, perché? «Nessuno oggi si assume la responsabilità di invertire la rotta degli indirizzi di politica legislativa promuovendo un arretramento del diritto penale. In gioco, sono i dividendi elettorali, su cui pesa una narrazione che vuole distinguere i buoni ed i cattivi sulla quantità di pena che si promette. Occorre invece ribadire che, in uno Stato costituzionale, i buoni sono quelli che stanno dalla parte di un diritto penale minimo e i cattivi coloro che si schierano dalla parte della militarizzazione delle aspettative di sicurezza. Insomma, il diritto penale necessario sta allo stato di diritto come il diritto penale sommamente pervasivo stà alla dittatura ed allo stato totalitario: ricordiamo la distopia di Orwell e le sue categorie della psico-polizia e del Ministro della Verità alla ricerca ed alla punizione dei psicoreati».