La sesta votazione e la quinta giornata di urne presidenziali non consegnano ancora un presidente della Repubblica ma un quadro politico con molte novità: la sconfitta della seconda carica dello Stato Maria Elisabetta Casellati che ha voluto provare a tutti i costi l’ascesa al Colle; la bocciatura, di Salvini come king maker del dossier Quirinale anche se questa volta è colpa soprattutto delle divisioni nel centrodestra e nello specifico in Forza Italia; l’implosione di Forza Italia o perlomeno di quello che è stato in questi quasi trent’anni; la nascita di un’area politica di centro che avrà un peso nei prossimi mesi.

Il centrosinistra ha tenuto compatto, 5 Stelle compresi, e non era scontato. Soprattutto, come dice il senatore Andrea Cangini (Fi) appena concluso il quinto spoglio, quello della mattina, «si è chiusa una fase, quella in cui si è proceduto a spallate che hanno dimostrato di non sortire alcun effetto. Ora inizia una fase nuova, quella in cui il nome viene scelto insieme dai vari leader, che ci dovrebbe portare presto ad eleggere il presidente della Repubblica». La fase 2 dell’elezione del capo dello Stato inizia dopo le cinque del pomeriggio quando la sesta chiama è già iniziata. Consiste in colloqui diretti tra i leader: Salvini vede Letta, insieme vedono Conte, si parlano, prendono tempo, si rivedono dopo circa un’ora. Soprattutto sobrietà e riservatezza, stop a dichiarazioni ai media ogni cinque minuti. Non è il “conclave a pane e acqua” evocato da Enrico Letta e neppure quello “a mortadella” sui cui ha ironizzato Salvini a fine mattinata.

Ma è quello che doveva essere fatto nello scorso fine settimana, appena Silvio Berlusconi ha messo nel cassetto il sogno di diventare presidente della Repubblica. E che invece è stato accuratamente evitato dal centrodestra che ha preferito procedere con “rose di nomi” – mai messe in campo – nomi illustri, giuristi e grand commis buttati là in quella cayenna che è Montecitorio quando diventa seggio presidenziale e bruciati nell’arco di un paio d’ore. «Sono ottimista – dice il segretario dem quando lascia Montecitorio – si è aperto il dialogo, peccato che abbiamo perso cinque giorni. Ora faremo di tutto per una soluzione rapida e buona». E però, alle otto di sera, quando inizia lo spoglio della sesta chiama, sembra di essere tornati di nuovo come criceti sulla ruota. I dialoghi tra leader hanno per oggetto le candidature di Elisabetta Belloni, la direttrice del Dis, la nostra intelligence; il premier Mario Draghi; il presidente in carica Sergio Mattarella e il senatore Pierferdinando Casini. Matteo Salvini, in un punto stampa fuori da Montecitorio alle 20 la mette così: «Stiamo lavorando, il paese non può stare fermo e bloccato, la proposta condivisa riguarda un uomo o una donna delle istituzioni».

Poi gli scappa detto, sorridendo: «Direi soprattutto una donna». Fonti della Lega, alla stessa ora, danno qualche dettaglio in più: «Escludi pure il Mattarella bis, Draghi è ancora molto difficile, la Belloni non è da escludere». Vittorio Sgarbi, che avrebbe sentito in giornata Silvio Berlusconi, dice che «il Cavaliere alla fine avrebbe puntato su Casini mentre io continuo a dirgli che dovrebbe indicare Draghi». La proposta Belloni ha una doppia firma: Salvini e Conte. A Meloni non dispiace, ai Grandi Elettori Pd non piace, Letta allarga le braccia perché non può sempre dire no, Forza Italia non si esprime. Belloni avrebbe anche il consenso di Luigi Di Maio. L’avevano già lanciata giovedì, è stata bocciata in Transatlantico nel giro di un paio d’ore «perché non si può avere il banchiere al governo e il capo dell’intelligence al Quirinale». Ieri sera, subito dopo il punto stampa di Salvini, il Transatlantico ha di nuovo avuto un sussulto. Non di gioia. Per non dire di qualche imprecazione accompagnata da gesti eloquenti.

Soprattutto tra i Grandi elettori Pd e Leu. Sarà cambiato anche il metodo ma il gioco di ognuno è sempre lo stesso: mettere in difficoltà i competitor politici, puntare a dividere le coalizioni anziché unire. Ieri Salvini, indicato dalla coalizione di centrodestra come responsabile delle trattative per il Quirinale, ha subìto una brutta sconfitta con la bocciatura di Casellati. Dopo quattro giorni di schede bianche e giri a vuoto, molti nel pomeriggio parlavano di lui e gli appiccicavano addosso “la sindrome Bersani”, quando nel 2013 l’allora segretario del Pd subì lo smacco di due candidati presidenti bruciati (Marini e Prodi). «Ora è un animale ferito, bisogna fare attenzione e vedere cosa tira fuori», mettevano le mani avanti Grandi elettori di un po’ tutte le parti politiche. Dopo un veloce briefing con Giorgia Meloni, il leader della Lega ha iniziato i colloqui “condivisi” con Giuseppe Conte e poi Enrico Letta.

Nel frattempo ha incontrato Mario Draghi in via Veneto per avere anche il parere del premier. Che non può che essere positivo avendola lui chiamata al suo fianco alla guida del Dis. “L’animale ferito” per risollevare subito ruolo e leadership doveva subito mettere a segno un colpo grosso. Trovare una soluzione. Cercare sicuramente quella per lui meno dannosa. Possibilmente un colpo di teatro. Elisabetta Belloni, con tutto il rispetto per le capacità, il curriculum e il ruolo, può diventare così il riscatto di Matteo Salvini. Ieri sera Belloni era attesa a Montecitorio per incontrare i leader dei vari partiti. Che nel frattempo però si sono mossi per stoppare anche solo l’indicazione. Il senatore dem Andrea Marcucci ha fatto un tweet eloquente: “Tutti i nomi per il Quirinale devono essere preliminarmente valutati a votati dall’assemblea dei Grandi Elettori dem. Non si possono votare candidati a scatola chiusa”. Gli hashtag sono eloquenti: #Belloni, #Quirinale. Basta un giro per il Transatlantico mentre è ancora in corso lo spoglio della sesta votazione per capire che Leu, mezzo Pd, Italia Viva e Forza Italia preannunciano barricate sul nome Belloni.

Anche perché il sesto spoglio assegna ben 336 voti al presidente Mattarella, voti spontanei, decisi dai cosiddetti peones senza alcuna indicazione di partito. Alla sesta votazione erano presenti 976 Grandi Elettori, 445 si sono astenuti (il centrodestra in blocco dopo la figuraccia su Casellati) e il centrosinistra aveva dato indicazione di lasciare la scheda in bianco (che sono state infatti 106). Tutti gli altri hanno deciso di votare ciò che dice il cuore. Il gradimento per Mattarella era e resta molto alto. «È un’onda che sale dal basso di cui i nostri segretari devono tener conto. Come successe con il presidente Gronchi nel 1955». Un fuoco di fila e numeri tali per cui la proposta Belloni torna nel cassetto più o meno alle undici di sera della quinta giornata di urne presidenziali. Il passaggio dalla prima alla seconda fase conta purtroppo una vittima illustre, la presidente del Senato Maria Elisabetta Casellati. La storia della sua candidatura alla Presidenza della Repubblica merita un capitolo a parte nella cronaca della giornata. La seconda carica dello Stato ha deciso di correre per la più alta carica istituzionale convinta di avere i numeri necessari per tentare il colpaccio alla quinta votazione (505 voti) partendo dai 455 sicuri del centrodestra.

Al di là della contabilità dei gruppi, che non è mai sincera quando il voto è segreto, questa volta la variabile è ancora più fuori controllo visto che tutti i gruppi parlamentari non rispondono ai diktat del rispettivo segretario. Casellati e i suoi sponsor hanno però lavorato intensamente negli ultimi giorni, si narra di un porta a porta a tappeto soprattutto tra misto e 5 Stelle. Che alla fine le avrebbe garantito “circa un centinaio di voti in più”. Per marcare stretto i Grandi elettori del centrodestra, ogni partito aveva deciso un preciso codice di voto: Forza Italia doveva scrivere “Elisabetta Casellati”; la Lega “Casellati E”. Solo che ieri mattina i 5 Stelle hanno voltato la faccia alla presidente Casellati: si racconta che Giuseppe Conte aveva dato indicazione di scheda bianca; Luigi Di Maio ha invece suggerito l’astensione, per evitare che qualcuno fosse indotto in tentazione. Lo spoglio che la stessa Casellati ha voluto presiedere ha consegnato alla candidata presidente solo 382 voti. Settanta in meno di quelli che dovevano essere sicuri. Il centrodestra con Forza Italia ha cessato ieri di esistere. Nel dubbio, Giorgia Meloni lo ha voluto mettere per scritto: «Lega e Fratelli d’Italia hanno avuto una tenuta granitica e leale».

Giornalista originaria di Firenze laureata in letteratura italiana con 110 e lode. Vent'anni a Repubblica, nove a L'Unità.