Alla fine della quarta e inutile giornata di votazioni, siamo ancora al lancio dei dadi. Girano nomi uno dopo l’altro, qualcuno bruciato, qualcuno solo congelato, altri ripescati. Fatto sta che a sera non c’è ancora quel nome condiviso dalla larga maggioranza che anche il centrodestra dice di voler proporre. Va bene che l’elezione del presidente della Repubblica è un rito scandito dai suoi tempi e che cinque giorni sono nella media dei dodici predecessori (la media è undici votazioni a ritmo però di due al giorno). Quello che non va bene è la girandola continua di nomi, a partire dal Presidente in carica a cui una larga fetta di Grandi Elettori vorrebbe strappare il bis, per finire con Mario Draghi entrato soprattutto nel mirino di Giuseppe Conte, delle destre e anche di un pezzo di Pd (Franceschini e Orlando).

Nel mezzo cariche di Stato (la presidente del Senato Maria Elisabetta Casellati), illustri giuristi (Sabino Cassese), grand commis come Franco Frattini, presidente del Consiglio di Stato, Elisabetta Belloni, direttore del Dis, la nostra intelligence, Giuliano Amato, che domani sarà eletto presidente della Corte Costituzionale, politici puri come Pierferdinando Casini. È questo consumo continuato di nomi eccellenti buttati sul tavolo di siti, tv e giornali che non va bene. «Qualcuno ha scambiato il Quirinale per X factor, spettacolo indecoroso. Il centrodestra è in confusione, oggi non ha neppure ritirato la scheda e c’è qualcuno che va in giro per Roma a proporre la poltrona del Quirinale, non sono queste le regole del gioco” tuona a sera Matteo Renzi dai microfoni di Radio Leopolda. E a sera possiamo tentare di dire che i dadi tornano sulla casella di partenza: Mattarella bis o Draghi.

Lo spoglio della quarta votazione finisce poco prima delle quindici. I leader concordano, finalmente e dopo un lungo braccio di ferro, che serve un nome “alto, istituzionale e condiviso”. Da quel momento il Presidente cambia circa ogni due ore. Alle 16 si torna sullo status quo, Mattarella bis-Draghi oppure su Draghi al Colle e un nuovo governo su cui sarebbero molto avanti le interlocuzioni gestite da due sherpa d’eccezione, Giancarlo Giorgetti e Luigi Di Maio. Un nuovo governo in cui troverebbero posto un ministro e due sottosegretari di Coraggio Italia. In questo caso ci sarebbero due “sconfitti”, due leader costretti a far buon viso a cattiva sorte: Matteo Salvini e Giuseppe Conte Alle 17 torna in auge il professor Sabino Cassese. Il giurista noto al grande pubblico per i suoi articoli sul Corriere della Sera e le puntuali presenze in tv, ha così commentato: «I grandi incarichi pubblici non si sollecitano e non si rifiutano». In questo caso sarebbe invece la mossa del cavallo di Matteo Salvini a cui il centrosinistra non può dire no.

Però gli dicono no da Forza Italia – Cassese non è mai stato tenero con Berlusconi e neanche con la sua presunta candidatura – e anche dai 5 Stelle: Cassese paragonò Conte a Orban ed è sempre stato molto critico con la gestione della pandemia da parte dell’ex premier. Alle 20 rispunta fuori Franco Frattini, il candidato su cui Conte e Salvini avevano stretto un patto già lunedì, un nome però stoppato dall’asse Letta-Renzi per via, soprattutto, del suo posizionamento filo-russo che in tempi di guerra del gas e crisi ucraina non è un bel biglietto da visita per Bruxelles, dove Frattini è stato commissario, per la Nato e per Washington. “Così si spacca la maggioranza” avverte appena gira la notizia la viceministra Castelli, M5s in quota Di Maio. È un messaggio diretto a Conte: non ci provare. Questo per dire le divisioni anche tra i grillini. Alle 19 era atteso un vertice del centrodestra dove è evidente che sono però nel pallone. Lo dice il segretario dem Enrico Letta: “Basta improvvisazioni”. Il dito è puntato contro Salvini che dal centrodestra ha ricevuto l’onere e l’onore di gestire il dossier Quirinale. È anche un po’ l’esame di maturità per la leadership del centrodestra. «Ho incontrato due o tre personalità quirinabili e tutti servitori dello Stato», rassicura alle 17 quando lascia Montecitorio.

Sullo sfondo una serie di incontri e contatti. Alcuni ufficiali come quello del premier con Berlusconi, una lunga telefonata per fare gli auguri di pronta guarigione. Tajani, coordinatore di Forza Italia, è stato avvistato a palazzo Chigi intorno alle 19. Si dice che la posizione di Berlusconi non sia cambiata: Draghi deve restare premier. E infatti Draghi sta facendo il premier, segue il dossier Ucraina, è in contatto quotidiano con le cancellerie europee e non solo per la questione caro energia. Ha ricordato così la Giornata della memoria: «Oggi ricordiamo l’orrore dell’antisemitismo e rinnoviamo il nostro impegno collettivo a contrastare ogni tentativo di cancellare la memoria. Ricordare è l’ impegno per il presente, fondazione per il futuro». Draghi fa il premier e continuerà a farlo finché il Parlamento gli assicurerà il necessario mandato. Lunedì è in programma anche un Consiglio dei ministri. Un parlamentare di primo piano dem assicura: «Se ci sono interlocuzioni in corso con Draghi, è chiaro che devono restare riservate». Ieri il premier ha lasciato la sede del governo per circa quattro ore. Lo stesso aveva fatto il giorno prima.

La cronaca della giornata, e della notte passata, può essere letta attraverso lo spoglio della quarta votazione, la prima con il quorum più basso a 505 voti, quella in cui non si può più giocare e si mettono a punto le squadre e i voti. Il più votato è stato il presidente in carica Sergio Mattarella, 166 voti, erano stati 125 il giorno prima, 39 alla seconda votazione, 16 alla prima. È un risultato pesante per due motivi: non c’è stato alcun coordinamento delle segreterie in questa direzione; anzi, centrodestra e centrosinistra hanno dato ordine ai rispettivi Grandi Elettori (453 nel cdx; 405 nel csx) di astenersi e votare proprio per contarsi e pesarsi dopo tre giorni di voto in ordine sparso e quei pericolosissimi 114 voti arrivati dal nulla il giorno prima in favore di Guido Crosetto. Il blocco Lega-Fdi-Fi ha tenuto, sono stati 441 gli astenuti ed è una buona notizia per Matteo Salvini.

Indizi utili anche dai 540 votanti. Il centrosinistra ha dato disposizioni di votare scheda bianca. Ancora una volta per contarsi e pesarsi. Qui la risposta è stata assai meno compatta e disciplinata. Impossibile avere la distinta gruppo per gruppo ma all’appello sono mancate almeno 144 “bianche”. Sicuramente è stato più disciplinato il Pd che aveva piazzato i segretari d’aula a cronometrare il tempo di permanenza nei seggi (4-5 secondi per la bianca; chi è andato oltre vuol dire che ha scritto un nome) e aveva fatto moral suasion tramite i capigruppo su ciascuno dei Grandi Elettori. Assai più indisciplinato il Movimento da cui probabilmente è arrivata la maggioranza di voti per Mattarella. Il dato politico, almeno ieri, è che il centrodestra può dirsi più compatto del centrosinistra. Ma è solo apparenza: queste elezioni stanno mettendo a nudo tutta la fragilità di entrambe le coalizioni e l’implosione del quadro politico che abbiano conosciuto negli ultimi cinque anni.

Il quarto scrutinio offre anche altri indizi che hanno trovato sviluppo più o meno veloce nel corso della giornata. Il capo della nostra intelligence, Elisabetta Belloni ha preso due voti. Così come nelle votazioni precedenti. La differenza è che ieri il nome di uno dei massimi grand commis di stato ha girato in Transatlantico come possibile successore di Mattarella. «Sono d’accordo Salvini e Meloni, a Conte sta bene e a Di Maio. E Letta sta scivolando lì…» aggiornava un Grande elettore dem spaventato dall’idea di avere “il capo dei servizi segreti al Quirinale. E che facciamo? Eltsin e Putin?”. Se per questo anche Bush padre era a capo della Cia e poi della Casa Bianca. Un tweet di Luigi Di Maio ha raffreddato le quotazioni. «Non giochiamo a bruciare i nomi e soprattutto a spaccare la maggioranza di governo». I dubbi, trasversali, riguardano il fatto che alla guida del Paese ci sarebbero due tecnici. Belloni al Colle e Draghi a Chigi. Non un bel risultato per il primato della politica.

Tre voti ieri li ha presi anche Pierferdinando Casini. Il giorno prima era arrivato a 52 – i suoi sponsor, soprattutto i centristi speravano salisse un po’ di più – e ieri forse è stata la fine della corsa per il senatore di Bologna. Mercoledì sera all’assemblea dei Grandi Elettori Pd molti presenti hanno avuto la sensazione che il segretario Letta, pur senza fare il nome, fosse convinto che il cerchio si fosse chiuso su Casini. «Arriveremo ad un nome condiviso, che era il nostro principale obiettivo, e a quel punto lo dovremo accettare anche se non piacerà a molti di noi. Dovremo votarlo nell’interesse del Paese». Negli stessi minuti erano riuniti i leader del centrodestra e Coraggio Italia e Forza Italia avevano messo sul tavolo il nome di Casini.

Discussione accesa, Salvini e Meloni contrari (“ci mette la legge elettorale di tipo proporzionale e sfascia il centrodestra”), la decisione è stata rinviata a ieri mattina. E le chance di Casini sarebbero finite lì. Casini è il candidato, dopo Draghi, di Matteo Renzi e Italia viva. E anche di un pezzo di Pd con cui Casini è stato eletto da indipendente nel 2018. Stamani si ricomincia alle 11. Un vecchio adagio dice che “di venere e di marte non si comincia l’arte”. È probabile che non sarà neppure questo il giorno del tredicesimo Presidente.

Giornalista originaria di Firenze laureata in letteratura italiana con 110 e lode. Vent'anni a Repubblica, nove a L'Unità.