Il Presidente della Repubblica è scelto in Italia dal Parlamento, cioè dagli esponenti dei partiti politici che grazie alle elezioni popolari lo compongono. La nomina del successore di Sergio Mattarella ha seguito fino a questo momento una prassi diversa, considerando il fatto che ci troviamo di fronte ad una assemblea priva di una maggioranza e anche di una forza egemone. I partiti che compongono il governo di unità nazionale, voluto da Mattarella e accettato dalle forze politiche che lo compongono in virtù di un voto di fiducia ottenuto da Mario Draghi, non sono stati in grado di preparare la nomina del Presidente della Repubblica attraverso un accordo fra di loro. Sono invece giunti quasi alla meta del 24 gennaio solo con una autocandidatura di Silvio Berlusconi, che l’ha ritirata poco prima dell’inizio delle votazioni dei grandi elettori. Si è dunque arrivati alla prima chiamata senza che fosse emerso un possibile nome comune.

A questo punto, il leader della Lega ha provato una strada singolare per sciogliere il nodo e intestarsene il merito. È andato a vedere, piuttosto che i leader degli altri partiti della maggioranza, Mario Draghi, del cui possibile trasferimento da Palazzo Chigi al Palazzo del Quirinale si è molto sentito parlare da diverse settimane, soprattutto dopo la conferenza di fine anno del primo ministro. Non conosciamo il contenuto dell’incontro. Ma non è difficile pensare che Salvini abbia provato a discutere con Draghi il problema che sorgerebbe se costui lasciasse il posto di capo del governo. Questa è però una questione che Salvini ed i partiti dovrebbero discutere eventualmente con il successore di Mattarella e non con il primo ministro in carica o in ogni caso con lui una volta che fosse eletto capo dello stato. Questa sarebbe la procedura richiesta da una corretta lettura della pratica costituzionale.

Non c’è da sorprendersi del fatto che il colloquio non abbia sciolto il nodo. E ora i partiti e i loro leader devono trovare un’altra strada per giungere alla elezione del presidente della Repubblica. O trovano un accordo su un nome che non sia quello dell’attuale capo del governo. Oppure sceglieranno Draghi e discuteranno con lui della struttura del nuovo governo – dopo la sua elezione. La prima ipotesi non è di facilissima realizzazione. Un nome di parte non ha serie chances di essere accettato anche dalla sola maggioranza assoluta, che dalla quarta votazione in poi diverrà dirimente. Un nome super partes, come si dice, vorrebbe dire, probabilmente, affidare a due estranei al mondo della politica di professione i vertici dello stato. Un sacrificio che i partiti non sembrano particolarmente volenterosi di accettare. Per il momento la situazione è di stallo e intanto la politica intesa come interesse della polis – la comunità dei cittadini – scompare e la politica, come interesse di parti che guardano alle elezioni, si impone senza peraltro riuscire a sciogliere il nodo.

Questo è, infatti, il volto della politica come ci appare in questi giorni. È vero, c’è da eleggere il Presidente della Repubblica, ed è comprensibile che il dibattito dei partiti si concentri su questo o quel nome. Ma qual è la motivazione principale di queste indicazioni? Difendere l’interesse della propria parte, sistemare uno dei “propri”. Al di là delle parole su una figura di “alto profilo”, che pensi “all’interesse del paese”, ognuno ha a cuore la propria bottega. Ciò accade anche quando si parla di Governo, nel caso si debba sostituire Draghi, eventualmente chiamato al Quirinale. A qualcuno è venuto in mente di parlare di programmi, di cose da fare, di miglioramenti nell’azione dell’esecutivo? No, tutta l’attenzione è su chi inserire dentro quest’ultimo. Ma, una volta sistemata la pratica Quirinale, si tratterà, in un modo o nell’altro, di andare avanti. E allora sarà dura per partiti come questi.

Renato Mannheimer, Pasquale Pasquino