L’ordinanza del giudice di Napoli che rende credibili i testimoni di Berlusconi sugli insulti del giudice Esposito sono un nuovo tassello per la richiesta di revisione del processo presentata a Brescia e per l’esposto alla Cedu. Del fatto che Silvio Berlusconi non fosse più “il cavaliere nero” ci eravamo accorti da un po’. Del fatto che sia del tutto cessata, negli ambienti della magistratura militante, quell’allerta nei suoi confronti così ben descritta da Luca Palamara nel libro Il Sistema, non siamo ancora del tutto convinti.

Resta infatti sul corpo e sulla vita del presidente di Forza Italia la macchia di quell’unica condanna per frode fiscale del primo agosto 2013. Ma giorno dopo giorno quella macchia si dimostra sempre meno indelebile. Prendiamo quest’ultimo processo che si è concluso il 2 luglio a Napoli con un’ordinanza di archiviazione che fa segnare decisamente a Berlusconi un punto a favore nei confronti del giudice Antonio Esposito che lo condannò. La vicenda partiva da una denuncia del 2019 del magistrato nei confronti di tre dipendenti di un albergo di Ischia di proprietà di un senatore di Forza Italia e dell’avvocato Bruno Larosa, il quale aveva videoregistrato, all’interno di indagini difensive, le testimonianze dei tre su ripetuti episodi che avrebbero mostrato una animosità preconcetta del magistrato nei confronti di Berlusconi. Tralasciando l’immagine pubblica che dà di sé un magistrato che fa certe affermazioni, due sono le considerazioni da fare.

La prima è che l’ordinanza del gip Vinciguerra considera quelle dichiarazioni “non false”, come invece sosteneva il dottor Esposito. E, visto che l’alta toga anche da pensionato non lesina le querele, copiamo le frasi a lui attribuite direttamente dall’ordinanza: «Il tuo datore di lavoro sta con quella chiavica di Berlusconi», «all’ingresso del ristorante invece di dire buona sera era solito affermare ‘ancora li devono arrestare?’», e poi «ancora con quella chiavica.. che bella chiavica… a Berlusconi se mi capita l’occasione devo fargli un mazzo così». Ripetiamo, queste testimonianze sono state considerate dal giudice Vinciguerra con queste parole: «…le censurate dichiarazioni dei tre dipendenti dell’albergo dove il dr. Esposito aveva in passato soggiornato, per quanto tacciabili di inverosimiglianza secondo l’opponente non possono però comunque considerarsi ‘false’, non solo sulla base degli elementi di prova disponibili, ma anche di quelli che l’opponente collega agli accertamenti patrimoniali ‘trascurati’ nelle indagini». E già, perché il presidente Esposito aveva anche sospettato i camerieri di aver ricevuto qualche mancia di troppo e chiedeva controlli sui loro conti in banca.

La seconda considerazione è che l’ordinanza prescinde, pur non ignorandolo, dal fatto che i reati ipotizzati fossero comunque ormai prescritti. Avrebbe potuto lavarsene le mani, il giudice Giovanni Vinciguerra, e così la stessa pm Maria Di Mauro che ha chiesto l’archiviazione, invece sono entrati nel merito. Un merito che sicuramente non può sfuggire ai difensori di Berlusconi, ancora impegnati su altri due importanti fronti per arrivare a cancellare la macchia del 2013. Due appuntamenti li aspettano ancora, uno a Brescia, l’altro a Strasburgo. Che fosse stata presentata alla Corte d’appello di Brescia la domanda di revisione del processo per frode fiscale lo si è scoperto proprio a Napoli, dopo la denuncia del giudice Esposito. Il 20 novembre del 2020 l’istanza è stata depositata con una serie di nuove prove documentali e testimoniali che non sarebbero state valorizzate nel primo processo. Ovviamente c’è anche la testimonianza del giudice Amedeo Franco, deceduto nel 2019, che aveva fatto parte del collegio di Cassazione che aveva condannato Berlusconi, ma che in seguito aveva definito quella sentenza come una “porcata”, emessa da un “plotone di esecuzione”.

Mentre la Corte d’appello di Brescia non ha ancora preso una decisione, né fissando un nuovo processo né archiviando l’istanza ritenendola infondata, si è fatta viva nel mese di aprile la Corte Europea dei diritti dell’uomo (Cedu) che ha accolto il ricorso di Berlusconi con gli audio delle parole del giudice Franco, depositati fin dal 2016. La Cedu ha posto al governo italiano dieci quesiti, dando tempo fino al prossimo 21 settembre per le risposte. Sono passati otto anni da quel 28 dicembre 2013 in cui Berlusconi avanzò il suo ricorso, ben prima del giorno in cui si presentò a casa sua il giudice Franco con il suo pentimento. Gli argomenti usati per dimostrare che l’Italia ha violato in vari modi il suo diritto a un equo processo sono molteplici. E l’ordinanza di Napoli con le dichiarazioni dei tre testimoni finalizzate a mostrare un pregiudizio del giudice Esposito nei confronti di Berlusconi e considerate “non false” dal giudice sono un nuovo tassello a favore della difesa. La macchia è sempre meno indelebile.

Politica e giornalista italiana è stata deputato della Repubblica Italiana nella XI, XII e XIII legislatura.