Quella camera di consiglio della Cassazione che nel 2013 condannò Silvio Berlusconi e cambiò la storia del Paese somiglia molto a quell’Orient Express su cui fu commesso un assassinio e i colpevoli erano un po’ tutti, ma tutti si salvarono. L’avrebbe raccontata magistralmente Agatha Christie. Ed Hercule Poirot non avrebbe atteso sette anni per risolvere il caso. Salvo poi rinunciarvi. Come sta accadendo.

Ma dopo la scoperta del Riformista di una documentazione che dimostra l’illegittimità di tutta la procedura che portò alla sentenza, e la scoperta di Repubblica di illeciti disciplinari e probabili reati che quel giorno i giudici omisero di denunciare, il quadro di totale illegalità di quel che accadde quel giorno è ormai chiarissimo. E oltre al Tribunale dei diritti dell’uomo dove è ormai consistente e arricchito di giorno in giorno il fascicolo inviato dai difensori di Berlusconi Franco Coppi e Niccolò Ghedini, chissà se la Procura di Roma o l’impegnatissimo Csm avranno voglia di metterci il naso.

Prima di tutto qualche organo istituzionale dovrebbe investigare sulla questione delle date. Si era sempre detto che c’era urgenza di concludere quel processo, tanto che, cosa mai vista in Italia, nell’arco di un anno furono celebrati primo, secondo e terzo grado di giudizio. La Cassazione avrebbe dovuto emettere una sentenza tombale di condanna, una vera “porcata” costruita da un «plotone d’esecuzione». Così l’ha definita il giudice Amedeo Franco, che in quel processo fu relatore. Doveva essere tombale e doveva essere emessa in fretta perché si temeva la prescrizione. Oggi si scopre che, quando Berlusconi e i suoi difensori vengono avvertiti della fissazione dell’udienza, il 10 luglio, la Cancelleria penale centrale della Cassazione sa già che non c’è nessuna urgenza, perché i reati non scadono prima del 14 settembre, cioè due mesi dopo. La Cassazione è stata informata della data dalla Corte d’appello di Milano, ma si fa finta di niente. Tanto che si rubano anche dieci giorni dei trenta normalmente consentiti alla difesa per la preparazione della causa.

Le date sono fondamentali, perché se fossero state osservate le regole, sarebbe stata un’altra sezione della Cassazione a giudicare Berlusconi, magari una sezione specializzata in reati tributari e magari non un «plotone d’esecuzione». Sempre secondo le parole del giudice Franco. Chi sono i “colpevoli” (o falsi innocenti che l’hanno fatta franca) di questo primo ordine di illeciti? Un cancelliere? Ma per favore. Si potrebbe già cominciare a fare un bell’elenco di togati. Si potrebbe persino evocare quel principio che a noi fa venire i brividi, quello del “non poteva non sapere”.
Prendiamo il giudice Esposito, che della feriale fu il presidente: poteva non sapere? È credibile che nessuno lo avesse informato di una comunicazione importante pervenuta addirittura con la firma del presidente della seconda sezione della Corte d’appello di Milano? Certo, poteva non sapere. Ma poteva anche sapere. Ed è stato legittimo, secondo lui, che alla difesa di un imputato siano stati sottratti dieci giorni di tempo per la preparazione della causa usando un argomento falso, cioè l’urgenza per la temuta prescrizione?

Ma, proprio come sul famoso Orient Express di Agatha Christie, i “colpevoli” furono tanti, e tante furono le anomalie in quella camera di consiglio. Perché, secondo il quotidiano Repubblica, accadde anche un altro fatto piuttosto grave, quel giorno. Pare che Amedeo Franco a un certo punto si sia messo a registrare la discussione, cosa vietatissima ai magistrati in camera di consiglio. Pare anche che sia stato scoperto, che poi sia scappato in bagno e che poi un altro giudice si sia precipitato alla toilette ed abbia sequestrato il cellulare che aveva indebitamente registrato le voci dei cinque giudici. Scene da film comico, altro che Agatha Crhistie!

A questo punto chi sta leggendo penserà che i bravi giudici ligi alla legge abbiano immediatamente bloccato la seduta e investito del grave fatto il procuratore generale della Cassazione o il ministro guardasigilli, titolari dell’azione disciplinare nei confronti dei magistrati. Eventualmente anche la procura della Repubblica per le ipotesi di reato. Gli illeciti disciplinari del giudice Franco c’erano tutti, per la violazione del dovere di riservatezza nei confronti dei colleghi e della stessa camera di consiglio, la cui attività non può essere divulgata. Il che avrebbe potuto anche configurare un reato, qualora il giudice Franco avesse reso pubbliche le sue registrazioni.

Nulla di tutto ciò accadde. C’era urgenza di commettere l’”assassinio dell’Orient Express” lì e quel giorno e con quei protagonisti. Perché è evidente che il lavoro della sezione feriale sarebbe stato interrotto e in seguito trasmesso ad altri giudici, se qualcuno avesse fatto il proprio dovere. La Repubblica ha anche intervistato tre dei cinque giudici presenti sul luogo del “delitto” quel giorno. Si sono avvalsi della facoltà di non rispondere. Ma non hanno negato l’episodio. Ci sono però due testimoni, pur se indiretti e che vengono chiamati, in stile giudiziario, Toga 1 e Toga 2, i quali confermano. Il fatto c’è stato. E a questo punto ci appelliamo a lei, presidente Esposito, che è uomo di vasta cultura giuridica: non le pare di aver mancato, quel giorno, lei e i suoi colleghi, di un dovere d’ufficio, quanto meno sul piano disciplinare? Certo, c’era l’urgenza.

Ma c’era poi l’urgenza, visto che i termini della prescrizione sarebbero scattati un mese e mezzo dopo? Noi dobbiamo supporre che lei e i suoi colleghi non lo sapeste. Ma la domanda è: a un Craxi o a un Berlusconi sarebbe stato consentito, in un processo, difendersi dicendo che non sapevano? Noi vi crediamo innocenti. Non siamo Davighiani. Per noi del Riformista gli innocenti non sono colpevoli non ancora beccati. E in fondo anche sull’Orient Express alla fine è andata un po’ così: tutti colpevoli, ma tutti salvi.

Politica e giornalista italiana è stata deputato della Repubblica Italiana nella XI, XII e XIII legislatura.