Sia pure con una certa approssimazione sarebbe difficile negare che la crisi sanitaria abbia messo in luce, d’un sol colpo, tutte le inefficienze e tutte le impreparazioni delle istituzioni pubbliche del Paese. Regioni, Comuni, Ministeri, la stessa Protezione civile hanno mostrato quanti danni abbiano generato politiche clientelari, tagli orizzontali, incapacità di scelte radicali, mediazioni a oltranza, cooptazioni fondate sul demerito fidelizzato. L’Italia si è bloccata praticamente tutta e nessuna istituzione è stata in grado di offrire standard di servizio almeno sufficienti e adeguati ai permanenti bisogni della collettività d’un colpo benché compressi dalla pandemia. Unica eccezione le Forze armate e quelle di polizia che grazie al più vetusto e disprezzato dei modelli organizzativi, la gerarchia, hanno supplito a manchevolezze e paurose inefficienze.

Vedere migliaia di carabinieri impegnati nella riscossione delle pensioni per i tanti anziani bloccati nelle proprie abitazioni rassicura ma, al contempo, fa disperare perché tutti sappiamo chi avrebbe dovuto organizzare un simile servizio e non è stato neppure in grado di rendere agibile un sito internet per i più bisognosi. Com’è del tutto evidente tra gli esperti che, senza i militari della Difesa, la Protezione civile sarebbe andata a fondo in poche ore. Sistemi costosi, costosissimi che drenano enormi risorse e i cui deficit organizzativi non possono giustificarsi alla luce dell’immane tragedia virale in atto. O il Paese aveva approntato programmi per gestire qualunque emergenza oppure non li aveva. La via dell’inferno – come dimostra la dolorosa mattanza lombarda – è lastricata di buone intenzioni ovviamente e l’Italia di buone intenzioni non sa che farsene in quest’ora visto che avrebbe piuttosto bisogno di una classe dirigente capace di cui purtroppo non dispone.

La chiamata di Vittorio Colao, fino a poco tempo or sono top manager di un importante operatore telefonico, per gestire la Fase 2 dell’emergenza, ossia quella importante e decisiva della ripartenza, la dice lunga sulla qualità del deep State italico, sui suoi alti dirigenti pubblici e sulla loro capacità di prendere in mano le sorti della nazione. Una capacità negata dallo stesso premier con quella scelta. È del tutto chiaro che l’Italia che verrà, chi ne assumerà la guida in un prossimo futuro, avrà il dovere sacrosanto di bonificare le istituzioni da questa immane zavorra che ora la tiene in apnea sotto l’acqua. Il fallimento riformatore di alcune forze politiche – che pur avevano detto di avere ben chiara la questione della dirigenza pubblica e delle sue inefficienze – sta tutto nella mancata epurazione di almeno un migliaio tra direttori generali, capi dipartimento, generali, superprefetti, magistrati, ambasciatori, professori universitari, manager di aziende pubbliche in tutti i settori della pubblica amministrazione a partire dalle Regioni dove alligna, spiace dirlo, quella che mediamente è ritenuta una delle peggiori burocrazie nel mondo occidentale.

La sostituzione del deep State in auge – composto spesso da impavidi navigatori adusi a servire non le istituzioni, ma il politico di turno – in gran parte contrattualizzato e, quindi, tutto licenziabile o pensionabile con un tratto di penna è la prima delle riforme che il Paese dovrebbe esigere dopo la tempesta di questo tempo. Salvo rare eccezioni il danno sarebbe limitato e nessun vuoto di potere è immaginabile per questa cacciata dal tempio, soprattutto se a essere mandati a casa fossero quanti hanno fatto del vuoto e dell’ammuina la propria mission personale e, quindi, istituzionale. Non può sfuggire che il solo evocare un’epurazione rinvii a tempi remoti, a quel dopoguerra in cui la conciliante visione dei padri della Costituzione, e quella di Togliatti in primo luogo, impedì l’allontanamento dalle istituzioni dei vertici degli apparati compromessi con il fascismo e lasciò nella Repubblica le tossine di una classe dirigente sostanzialmente infedele e reazionaria, quando non coinvolta in trame stragiste e golpiste.

Ecco nel dopoguerra che verrà questa strada dovrebbe essere, almeno questa volta, percorsa con assoluta determinazione senza cedere alle lusinghe e alle sirene ammalianti di slogan vetusti come la “riforma della pubblica amministrazione” o la cosiddetta sburocratizzazione. Nessuna persona ragionevole o che abbia la minima conoscenza del Moloch amministrativo italiano può credere alle favole dispensate al riguardo e spesso propagandate proprio da opinion leader che di quegli apparati hanno fatto parte per decenni costituendone la più imponente legittimazione ideologica.

Qualsiasi futura riforma dovrebbe avere come singola, semplice premessa l’epurazione della classe dirigente del Paese che il 31 gennaio 2020 era ai posti di comando e che ha pensato, solo per dirne una, di dichiarare l’emergenza sanitaria senza correre ad acquistare mascherine o respiratori o a mettere in sicurezza le residenze per anziani o senza pensare a come far proseguire le lezioni a milioni di ragazzi. È francamente insopportabile sentirsi dire ogni giorno che la virulenza del virus, come dire la piovosità della pioggia, ha colto tutti di sorpresa.

Dopo Pearl Harbour o l’11 settembre i capi delle amministrazioni americane coinvolti nella débâcle furono tutti mandati a casa perché non c’era nulla di imprevedibile in quelle stragi. Ma è vero che dopo la disfatta di Caporetto il generale Badoglio, che ne era uno dei principali responsabili, venne tenuto al suo posto grazie ai suoi agganci romani con il seguito di storia che ben conosciamo.

C’erano fior di generali che avrebbero potuto prenderne il posto, così come ci sono oggi fior di dirigenti pubblici, giovani e dinamici, che potrebbero sostituire i responsabili della disfatta del Paese: dalla scuola alle università, dai palazzi di giustizia ai ministeri, dalle agenzie alle società pubbliche. La partita delle 400 nomine governative è stata sospesa al momento per la pandemia e la si giocherà quando, almeno in parte, il tempo starà volgendo al meglio. Un’occasione unica e, visti i tempi, un’occasione quasi certamente sprecata.