«I parroci in Campania devono essere uomini di fegato. Via i don Abbondio dalle parrocchie, altrimenti continueremo a vedere lo sconcio di mani grondanti di sangue che danno offerte che alcuni accettano». Il procuratore generale di Napoli Luigi Riello lancia il monito. «Quando parliamo di tagliare i fili culturali con la camorra – spiega -penso soprattutto alla chiesa. Abbiamo un arcivescovo che ha iniziato direi molto bene il suo ministero qui a Napoli con un atto di alta significatività: la rimozione da una chiesa di Marano di tre quadri di valore che erano lì da trent’anni, con tanto di targa a ricordare il “Dono di Lorenzo Nuvoletta”.

In don Mimmo – aggiunge parlando di don Domenico Battaglia – possiamo avere un interlocutore forte e credibile per la semplice ragione che l’anatema della Chiesa non è qualcosa che di per sé sconfigge la camorra, ma è certo che i camorristi sono, come i mafiosi, molto vicini alla chiesa, vanno in chiesa, portano i santi patroni, donano chi sa cosa alle chiese, si avvicinano ai sacramenti. Questa gente deve uscire dalle chiese. Non possono entrare in chiesa con in una mano una pistola e nell’altra il rosario. A queste persone va tolta autorevolezza». Ecco perché, secondo Riello, c’è bisogno di uomini di fede che abbiano anche coraggio, «fegato» appunto. «Con questo arcivescovo e con i tanti sacerdoti che da anni già operano con grande coraggio e incisività nell’associazionismo sia laico che cattolico, penso che potremo fare un grande balzo in avanti in questo settore», conclude il procuratore generale, lanciando un nuovo allarme camorra per il rischio di infiltrazioni mafiose nella pandemia e nei progetti legati ai fondi del Pnrr ma anche per l’influenza malavitosa nei quartieri a rischio dove la devianza minorile e la dispersione scolastica sono ai massimi livelli.

«Napoli è un caso nazionale rispetto a Milano, Roma, Palermo e Reggio Calabria – afferma Riello – . Qui omicidi al top e un numero di clan che non ha pari in Italia. A Napoli sono aumentati gli attentati e sono aumentati gli omicidi volontari, tentati, colposi e stradali. Sono aumentate anche le lesioni volontarie e le violenze sessuali, le associazioni per delinquere e di stampo mafioso e reati informatici». In diminuzione i reati di ricettazione e riciclaggio, ma resta l’impronta sempre più imprenditoriale della criminalità organizzata. Quanto alla delinquenza minorile, la realtà napoletana desta sempre più preoccupazione. «Non c’è ancora una mappa della dispersione scolastica nella regione», afferma Riello, evidenziando il silenzio o la scarsa collaborazione di molti dirigenti scolastici e «responsabilità politiche» di fronte al degrado di interi quartieri.

«Napoli – sottolinea – è l’unica città d’Europa, forse del mondo, in cui si può diventare boss a 18 anni, si possono compiere delitti efferati tra i 15 e i 18 anni e si può essere un pusher a 14 anni». Peggiorano il quadro la diffusione sul web di giochi violenti che spingono i minori all’autolesionismo e l’accesso incontrollato a Internet dove circolano messaggi di violenza e immagini di pedopornografia. «Ognuno – conclude Riello – faccia la propria parte. Non bastano manette e processi, servono scuola, lavoro e alternative per i giovani delle periferie degradate».

Napoletana, laureata in Economia e con un master in Marketing e Comunicazione, è giornalista professionista dal 2007. Per Il Riformista si occupa di giustizia ed economia. Esperta di cronaca nera e giudiziaria ha lavorato nella redazione del quotidiano Cronache di Napoli per poi collaborare con testate nazionali (Il Mattino, Il Sole 24 Ore) e agenzie di stampa (TMNews, Askanews).