Le imprese della Campania sono fragili e corrono il pericolo di non sopravvivere alla crisi innescata dal Covid: nella regione il 23,9% dei Sistemi locali del lavoro (Sl), cioè dei territori individuati dall’Istat sulla base degli spostamenti casa-lavoro dei pendolari, è debole e si trova nella fascia ad alto rischio-crac. A rivelarlo è il rapporto sulla competitività dei settori produttivi messo nero su bianco dall’Istituto. La Campania sconta una scarsa digitalizzazione che si traduce in un numero ridotto di lavoratori impiegati nel settore high-tech, un’apertura ai mercati esteri ancora insufficiente, la dimensione ridotta delle imprese e un tessuto produttivo costituito principalmente da aziende che operano nel settore dell’abbigliamento e del turismo, due degli ambiti produttivi più colpiti dalle regole anti-contagio.

A partire da alcuni indicatori elementari di fragilità, l’Istat ha calcolato un indicatore di rischio di impresa, riaggregato poi in un “indice di rischio territoriale” sulla base della collocazione delle stesse imprese nei Sl.  Anche in questo caso emerge una chiara dicotomia nel Paese: dei 245 Sl ad alta o medio-alta fragilità, oltre tre quarti sono localizzati nelle regioni del Centro-Sud. I Sl settentrionali devono la propria maggior solidità a un modello produttivo più diversificato che spazia dalla meccanica all’agroalimentare, dal farmaceutico al settore automobilistico, con attività a più elevato contenuto di tecnologia e innovazione. Eppure anche nei Sl settentrionali restano realtà locali fragili quali, per esempio, quelle a forte vocazione turistica (anche il Trentino Alto Adige ha accusato il colpo del Covid). Eccezione a parte, l’indagine ha confermato che la capacità di reazione alla crisi economica delle imprese del Nord, che partivano già da una base più solida, è stata di molto superiore a quella delle imprese del Sud, caratterizzate da una debolezza strutturale preesistente che il virus ha acuito.

Ancora una volta è il Mezzogiorno a pagare di più: in Italia quasi la metà delle imprese (48,5%) si trova nelle due fasce più alte di rischio. La loro distribuzione sul territorio regionale determina la presenza di undici regioni con una situazione che può considerarsi critica, sette delle quali sono collocate nel Mezzogiorno, una al Nord (la Provincia autonoma di Bolzano) e tre al Centro (Lazio, Umbria e Toscana). Le sette regioni meridionali maggiormente esposte presentano due delle tre criticità che le collocano nelle fasce di rischio alto o medio-alto. «Abbiamo chiesto alle imprese informazioni specifiche per verificare la loro condizione – spiega Gian Paolo Oneto, direttore della Centrale Statistiche economiche congiunturali dell’Istat – I punti principali dell’indagine riguardano il calo del fatturato, la capacità o meno di disegnare una strategia efficace per reagire alla crisi, e se l’impresa si definisce o no a rischio operativo. Sette regioni del Sud hanno ammesso di essere in sofferenza a causa della presenza di due tra queste tre condizioni».

Calcolando le risposte delle imprese e incrociando i dati, emerge che circa un terzo dell’occupazione media nazionale è classificata a rischio alto e medio-alto. In nove regioni oltre il 40% dell’occupazione riguarda imprese ad alto e a medioalto rischio; sette di queste sono collocate nel Mezzogiorno. Analizzando congiuntamente le informazioni su imprese e addetti, può essere definito un profilo di rischio “combinato” dei Sl: così le regioni ad alto rischio operativo combinato diventano sei, cinque della quali al Sud (Abruzzo, Basilicata, Calabria, Campania e Sardegna) e una al Centro Italia (Umbria).

La distribuzione del rischio delle regioni italiane raffigura un Paese diviso a metà, confermando il consueto dualismo Nord e Sud. «Indubbiamente le imprese del Nord partivano da un tessuto produttivo più robusto – sottolinea Oneto – ma un fattore di grande incidenza sulla fragilità delle imprese è rappresentato dalla loro dimensione: in Campania la maggior parte delle aziende è medio-piccola, il che influisce molto sulla capacità di reagire alla crisi e di avviare un percorso di crescita».

Nata a Napoli il 28 settembre 1992, affascinata dal potere delle parole ha deciso, non senza incidenti di percorso, che sarebbero diventate il suo lavoro. Giornalista pubblicista segue con interesse i cambiamenti della città e i suoi protagonisti.