Sembra una vendetta della storia. Pur dopo che il procuratore capo di Brescia Francesco Prete ha chiesto il proscioglimento del collega di Milano Francesco Greco indagato per omissione di atti d’ufficio, ecco che sul Corriere della sera cominciano a uscire i verbali dei suoi interrogatori. E lui non ci fa una bella figura. Per il tono usato nei confronti di chi lo sta interrogando, prima di tutto. È vero che i due magistrati sono stati colleghi negli uffici della procura di Milano, ma è ancor più vero che per qualche anno l’uno (Greco) è stato il capo dell’altro. E questo gli consente, pur se non dovrebbe, una certa confidenza sprezzante. Come quando cerca di mettere in ridicolo un fatto molto importante, e cioè che il sostituto milanese Paolo Storari aveva scritto al suo capo e all’aggiunto Laura Pedio ben tre volte per sollecitare interventi sulla scarsa credibilità di Vincenzo Armanna, imputato-teste d’accusa nel processo Eni. Cosa che è stata invece sempre negata, pur con un filo di ambiguità, un po’ giocando sulle parole, un po’ sempre lasciando intendere che le richieste scritte erano arrivate tardi e che fra i tre (Storari, Greco, Pedio) c’erano state più che altro comunicazioni a voce.

Storari è molto insistente, sospetta che l’attendibilità di quell’imputato che i due pm del processo Eni –De Pasquale e Spadari, indagati per rifiuto di atti d’ufficio- considerano un pilastro della loro tesi di accusa, sia in realtà poco attendibile e poco chiaro nei suoi comportamenti. «Vi allego una ulteriore breve memoria – scrive il 4 febbraio a Greco e Pedio – da dove emerge che Vincenzo Armanna ha pagato 50.000 dollari ai due testi del processo Eni-Nigeria. Vi avevo già scritto il 18 gennaio e il 23 gennaio sollecitando di comunicare a De Pasquale, alle difese e al tribunale questi fatti molto gravi…». Il giovane pm sollecitava anche i suoi due capi a non essere tempestivi e solerti solo quando si trattava di trasmettere atti favorevoli all’accusa, oppure (e sul punto ch’è più che un pizzico di malizia) quando si è trattato di inviare con la velocità del fulmine a Brescia quel tentativo di costringere il presidente del tribunale Tremolada, che stava giudicando Eni, ad astenersi per una polpetta avvelenata che lo definiva “avvicinabile” dai legali degli imputati.

Francesco Greco a quei tre messaggi non aveva mai risposto. Va ricordato che comunque il punto lo aveva portato a casa Storari, visto che i dirigenti di Eni erano stati comunque tutti assolti. Ma davanti al procuratore Prete comunque qualche risposta deve darla. Anche se l’atteggiamento è quello dell’adulto costretto a dialogare con i bambini dell’asilo Mariuccia, così lo fa con benevolo paternalismo. «Sono sicuro che, se andiamo a raschiare il fondo del barile, troviamo tante cose da depositare in tribunale, altrettante se rastrello per i corridoi della Procura… il problema è che Storari aveva mandato cento pagine illeggibili, non faceva capire cosa si doveva depositare…». Riassumendo, ci vorrebbe una parolaccia per interpretare il giudizio del procuratore Greco sulle carte che il suo sostituto gli aveva inviato: quisquilie, sciocchezzuole, stupidaggini? Inutili pezzetti di carta che ogni giorno si potrebbe raccattare sui pavimenti nel corridoio della procura… Si spera che il suo omologo bresciano Prete, prima di chiederne l’archiviazione per omissione di atti d’ufficio, gli abbia almeno domandato come mai non abbia mai risposto a quelle lettere (o mail o chat, o quel che erano), perché se erano cento pagine di cavolate non glielo abbia contestato, non ne abbia discusso. Se no viene il sospetto che il capo della procura più famosa d’Italia si sia reso responsabile di qualche reato ben più grave dell’omissione in atti d’ufficio.

Ragionando in termini “politici”, e non puramente giudiziari, si dava così per scontato che i vertici (e gli ex) di Eni dovessero per forza essere condannati per corruzione internazionale? A costo di sembrare sciatti e poco solerti nel fornire al tribunale e a tutti i soggetti del processo anche atti che potessero mettere in discussione la credibilità di un teste dell’accusa? D’accordo, le cento pagine di Storari potevano anche apparire spazzatura. O può anche essere vero, come ha insinuato nel suo interrogatorio la dottoressa Laura Pedio, che Paolo Storari «forse nelle sue esperienze precedenti era stato abituato a dettare le regole», come a dire che negli uffici dell’antimafia guidati da Ilda Boccassini dove lui aveva lavorato c’era un bel po’ di disordine e ognuno faceva quel che gli pareva. Ma anche il procuratore aggiunto mostra di mancare di rispetto nei confronti del lavoro del collega. Il che conferma una volta di più che la mitica procura di Milano era ed è piena di fratelli-coltelli, un po’ come capita nei partiti il giorno dopo quello in cui si sono perse le elezioni.

Politica e giornalista italiana è stata deputato della Repubblica Italiana nella XI, XII e XIII legislatura.