Di dubbi sulla candidatura del pm Catello Maresca a sindaco di Napoli, ormai, ce ne sono ben pochi. Ogni giorno potrebbe essere quello dell’annuncio ufficiale, sebbene i sostenitori del sostituto procuratore generale indichino il 10 giugno come “Maresca day”. Di endorsement, d’altra parte, il magistrato ne ha ricevuti tanti. Da ultimo quello di Antonio Tajani, il coordinatore di Forza Italia, che ha chiarito come il centrodestra, in vista delle amministrative, punti su Guido Bertolaso per Roma e proprio su Maresca per Napoli.

Le voci sull’imminente discesa in campo del pm continuano a rincorrersi pochi giorni dopo la pubblicazione, sul Corriere della Sera, di un sondaggio dal quale emerge come la fiducia degli italiani verso la magistratura sia diminuita dal 68 al 39% in undici anni. Non solo: dall’indagine risulta come la diffidenza nei confronti delle toghe sia spesso motivata dalla politicizzazione della giustizia di casa nostra. E che a nutrire più riserve sull’operato dei magistrati sono i partiti di centrodestra, cioè Fratelli d’Italia, Lega e Forza Italia i cui iscritti si professano fiduciosi solo nel 27, nel 33 e nel 41% dei casi, a differenza di quanto avviene nel Partito democratico e nel Movimento Cinque Stelle dove le rispettive basi approvano il lavoro di giudici e pm addirittura nel 68 e nel 50% dei casi.

Tornando a Maresca, dunque, la sua candidatura a sindaco è ormai cosa fatta. Anzi, «sotto il Vesuvio è il segreto di Pulcinella», come ieri giustamente osservava il Foglio. Da mesi il magistrato incontra leader politici, forze sociali e comuni cittadini mentre continua a prestare servizio nella stessa città che qualcuno vorrebbe fargli amministrare. È vero, la legge non glielo vieta, come il Csm ha ribadito in tempi non sospetti. È altrettanto vero, però, che il codice etico dell’Anm (alla quale Maresca ha detto addio a dicembre) suggerisce ai magistrati di non accettare candidature nel territorio dove esercitano le funzioni giudiziarie. Senza dimenticare che a censurare comportamenti come quello del sostituto procuratore generale di Napoli è anche il Greco, l’organo anticorruzione del Consiglio d’Europa. Risultato: un magistrato che fa campagna elettorale con la toga sulle spalle non rende un buon servizio alla categoria di cui fa parte e la cui credibilità – sondaggi alla mano – è ridotta ai minimi storici da un’inverosimile sequenza di scandali, sospetti e torbidi rapporti con la politica.

In più, l’atteggiamento ambiguo di Maresca rischia paradossalmente di nuocere anche al centrodestra che, incapace di esprimere un candidato sindaco di stampo “politico” oltre che di rinnovare la propria classe dirigente, è pronto a gettarsi tra le sue braccia. Alla lunga, infatti, l’immagine del sostituto procuratore “un po’ pm e un po’ candidato” potrebbe ridurre ulteriormente la fiducia che la parte della coalizione tradizionalmente più garantista e critica verso le commistioni tra magistratura e politica nutre verso le toghe. Ecco perché Maresca dovrebbe rompere gli indugi, annunciare la propria candidatura a sindaco e mettersi in aspettativa subito o, meglio, abbandonare la magistratura. L’ha spiegato bene Marco Demarco sul Corriere della Sera: il pm non è obbligato a parlare, ma nemmeno a tacere. Dovrebbe essere la sua riconosciuta serietà a spingerlo a fare chiarezza e a non rendersi complice del calo di fiducia verso quella che dovrebbe essere l’istituzione più imparziale e autorevole.

Classe 1987, giornalista professionista, ha cominciato a collaborare con diverse testate giornalistiche quando ancora era iscritto alla facoltà di Giurisprudenza dell'università Federico II di Napoli dove si è successivamente laureato. Per undici anni corrispondente del Mattino dalla penisola sorrentina, ha lavorato anche come addetto stampa e social media manager prima di cominciare, nel 2019, la sua esperienza al Riformista.