La giustizia del lavoro si avvia verso un nuovo futuro. Si prevede un aumento della disoccupazione per effetto del Covid e un aumento dei contenziosi. Come farà la giustizia a far fronte alla nuova ondata di processi? «La previsione di un aumento della conflittualità è molto concreta. Occorre una riforma che consenta di snellire il processo. Sarebbe salvifica sia per i lavoratori sia per le imprese», spiega il professor Raffaele De Luca Tamajo, giuslavorista di fama, senior partner dello studio Toffoletto De Luca Tamajo e professore emerito di Diritto del Lavoro alla Federico II di Napoli.

Professore, quanto pesano i ritardi della giustizia sui lavoratori, sulle imprese e sulla crescita socio-economica di un territorio?
«Molto. Si dice che la burocrazia sia la nemica delle imprese. Lo è anche la cattiva giustizia quando funziona con grandi ritardi. Una giustizia non tempestiva e non efficace finisce per essere un onere per le imprese, un peso che disincentiva gli investimenti ed un potente freno per la ripresa economica».

E con l’attuale crisi le prospettive non sono delle migliori, anzi rischia di aggravarsi una situazione già di per sé difficile…
«II ritmo già molto lento dei processi ha avuto un ulteriore e forte rallentamento per effetto della pandemia con un grave danno per la certezza delle situazioni giuridiche, perché avere cognizione della propria situazione giuridica a distanza di anni è nefasto sia per i lavoratori sia per le imprese. Lo è altresì per i giudici, che devono riprendere più e più volte in mano lo stesso processo senza esaurirlo in un tempo breve con il rischio di dimenticare buona parte dell’andamento del giudizio. Lo è anche per gli avvocati. Insomma, è un danno per tutti».

Eppure i processi continuano a durare tanto. Ma è così impossibile attuare una riforma che consenta di risolvere le criticità?
«Una vicenda dolorosa come la pandemia potrebbe essere l’occasione per qualche riforma utile. Occorrerebbe eliminare le udienze di mero rinvio, di cui è costellato il processo del lavoro, e ridurre l’oralità all’essenziale. E’ vero che la prova testimoniale è utile che venga fatta di persona in udienza ma è altresì vero che la discussione della causa solo in alcuni casi è indispensabile, in altri può essere ben sostituita da memorie e note. Quindi la riforma dovrebbe eliminare i rinvii, ridurre l’oralità all’essenziale e prevedere le discussioni solo in casi particolari. Con uno scambio di memorie il giudizio sarebbe molto più spedito e si riuscirebbe a definire una causa di lavoro in 15/20 giorni, un tempo ragionevole».

Invece, in media, quanto dura una causa di lavoro?
«Varia molto da luogo a luogo. Il tempo medio è un anno e mezzo per un primo grado, ma non è infrequente che i processi durino anche due anni o addirittura tre. Ecco perché è necessario attuare una riforma per concentrare il giudizio. Il processo del lavoro dovrebbe svolgersi in un arco temporale breve: prima udienza, prova testimoniale e atti difensivi. Certamente non si riuscirebbe a fissare subito tutti i processi, ma anche la fissazione della prima udienza dopo otto mesi sarebbe un tempo ragionevole se il giudizio si esaurisce in uno spazio temporale ridotto, senza rinvii di sei mesi in sei mesi».

Ne gioverebbero tutti, imprese e lavoratori. Perché la riforma è ancora un miraggio?
«Finora si è sempre pensato alla giustizia civile e a quella penale che sono in condizioni peggiori della giustizia del lavoro, ritenendo che il processo del lavoro sia già più snello rispetto ai processi civili. Una convinzione che ha portato a trascurare la materia. Invece ritengo che sia utile intervenire per concentrare l’istruttoria e rendere più rapidi i processi».

E oltre ad essere lunghi, i processi sono anche tanti. Perché secondo lei?
«Un po’ per il carattere poco chiaro e contraddittorio della normativa: la qualità delle leggi è molto peggiorata negli ultimi decenni, e norme complicatissime generano contenzioso. Un po’ perché c’è una contrapposizione di interessi molto forte nella materia del lavoro, le parti sono contrapposte nei rispettivi interessi e quindi è inevitabile che si crei il conflitto. E poi non esiste in Italia una tradizione di soluzioni arbitrali o stragiudiziali delle controversie».