La discussione sul blocco dei licenziamenti ha tradito la preoccupazione sulla dinamica occupazionale, la soluzione di compromesso trovata, cattivo compromesso, apre al rischio dei licenziamenti proprio nelle aree forti, e comunque si colloca dentro l’idea del lavoro come variabile dipendente, con un ulteriore arretramento nella civiltà del lavoro. E se è così, allora non ci può stupire che si arrivi fino alla schiavitù, passando per il lavoro nero, i bassi salari, il supersfruttamento, la totale dipendenza da parte del lavoratore negli orari come nelle condizioni del lavoro dalle esigenze dell’impresa, e cioè dalla massimizzazione del profitto. E c’è persino l’imprenditore che dice che non si trovano i lavoratori. Ça va sans dire, non si trovano in queste condizioni date.

Non un sindacalista combattivo, ma il presidente degli Usa ha detto loro: “Pagateli di più”. Giusto, pagateli tutte e tutti di più. Anzi, sarebbe necessario tradurlo nell’apertura di un grande conflitto sociale e politico sulla distribuzione del reddito, sulla valorizzazione del salario in tutte le sue varianti. Giusto, ma non basta. L’obiettivo dovrebbe essere in realtà il rovesciamento di quel rovesciamento del conflitto di classe di cui ci ha parlato Gallino e che dura ormai da un intero ciclo sociale e politico. Bisognerebbe cioè rimettere il conflitto di classe sui propri piedi. In realtà, dovrebbe essere il programma minimo. Si oppone spesso rispetto alla sua realizzazione, l’idea che non lo consentirebbe più la mutata composizione sociale del lavoro, la sua frammentazione, la scomparsa di ciò che si chiamava la coscienza di classe.

Il nucleo centrale di questo rinunciativismo è costituito dalla tesi sull’impossibilità di unificare ciò che ieri invece sarebbe già stato unito, senonché neanche ieri lo era, e oggi la forza che non c’è potrebbe essere conquistata con la costruzione proprio di una coalizione dei diversi soggetti presenti nel mercato del lavoro per costruire con loro un fronte di lotte. Ieri, l’intero Novecento è stato segnato altro che dall’unità, è stato segnato dalla divisione nel mondo del lavoro tra skilled e unskilled, tra professionalizzati e comuni. Il Movimento operaio ha vinto soltanto quando essi si sono uniti nella lotta, ma i passaggi per arrivarci sono stati sempre difficili, ardui e a volte drammatici. In Inghilterra, all’inizio dell’industrializzazione, i conflitti tra i lavoratori stabili e i viandanti che inseguivano con interminabili viaggi i luoghi della produzione sono stati violenti. In Belgio e in Francia, ci sono stati all’inizio del secolo scorso, linciaggi di operai immigrati italiani da parte dei locali che temevano la perdita del loro posto di lavoro; negli Usa addirittura nacque un sindacato, il Cio, per organizzare i lavoratori comuni fuori dal sindacato delle origini, l’Alf, guidato dai professionali. Solo dopo una stagione di grandi lotte essi sono unificati.

La storia sociale dell’Italia del dopoguerra è troppo nota per dovere ricordare che solo la riscossa operaia e studentesca, capace di far vincere l’egualitarismo, assegnerà all’operaio comune di serie della catena di montaggio della grande fabbrica un ruolo centrale nel conflitto per oltre un decennio. Dunque, indicare la catena del disvalore del lavoro che va dalla schiavitù al lavoro nero, al lavoro povero, all’universo delle varie precarietà, e che preme alle porte aperte del lavoro regolamentato del pubblico impiego, dell’industria dei servizi, a sua volta assai diversamente tutelato, sino a raggiungere l’area del lavoro creativo, anche se finalizzato a un obiettivo imposto dall’azienda, e più in là ancora, fino al lavoro di cura. Dunque, indicare tutta la catena del disvalore del valore non dà ragione all’impossibilità di costruire un fronte di lotta, non parla di un’impotenza organica strutturale, ma al contrario indica un lavoro politico e sociale da intraprendere.

Praticamente si dovrebbe parlare di un lavoro politico necessario dal basso e dall’alto. Il basso è il campo decisivo, dal basso non si può che partire dal conflitto, quello che c’è, dove c’è, e quando c’è. Sono questi i fili d’erba che possono diventare il prato. Qui, proprio qui, occorre però una rottura radicale nelle prassi oggi in atto. Oggi, le lotte più esposte al rischio sono anche le più promettenti. Si pensi, al campo della logistica dove spesso nascono, vivono, ma sono condannate all’isolamento. Tuttavia, non capita poi molto di diverso ai lavoratori impegnati tradizionalmente nelle lotte in difesa dell’occupazione del posto di lavoro. Le divisioni nel mondo del lavoro ci sono e sono profonde. Ormai a occuparsi delle diverse aree dei lavoratori sono persino diversi i sindacati. I sindacati confederali stanno dove è organizzato il lavoro tradizionale, i sindacati di base ci provano coraggiosamente nelle aree di lavoro emergente prodotto dalle esternalizzazioni e da nuove organizzazioni tra la produzione e il consumo, nelle aree di lavoro povero e dove sono più concentrati i lavoratori migranti.

Ogni pretesa di fissare una gerarchia, una qualche nuova centralità di soggetti o di conflitti è in questo quadro insensata. Oggi, il conflitto agito in questo quadro generale politico, culturale dei rapporti di potere è una potenzialità da cogliere. È il conflitto che definisce la priorità e il primato. Se la prassi in atto lo condanna all’isolamento, la rottura della prassi in atto è l’elementare ma dirompente affermazione di una scelta oggi necessaria, una scelta che si esprima in un patto: uno per tutti, tutti per uno. Penso che tutti i sindacati, indipendentemente dalla loro consistenza, dalla loro forma organizzata, dalla loro cultura sindacale, dovrebbero fare un patto con i lavoratori in lotta, ossia “in nessuna lotta, vi lasceremmo più soli”. Se a Piacenza o a Brindisi sia apre un conflitto di lavoro, in una campagna, come in una fabbrica, come in un magazzino, quale che sia il sindacato che lo organizza, e quale che sia la piattaforma che con i lavoratori si è data, tutti gli altri si impegnino a sostenerla con una solidarietà attiva, un sostegno pieno, lasciando ai lavoratori interessati al sindacato che ha organizzato la lotta le decisioni specifiche sulla vertenza. È appunto la logica della coalizione. Ma questa volta, la coalizione nascerebbe nel campo della lotta e avrebbe come protagonisti diretti i lavoratori medesimi.

Il ragionamento ha una partenza semplice, ma va riconosciuto uno sviluppo certamente molto più complesso. Questa non è tuttavia una buona ragione per non partire, sarebbe già qualcosa non dover vedere più uno spettacolo drammatico, che però ha testimoniato gli attuali rapporti sociali e di forza. Un picchetto viene aggredito da forze padronali, organizzate nella violenza a dimostrazione che da ora si può, e il presidio resta solo a difendersi come può. Ma se invece all’indomani li giungesse una mobilitazione organizzata da tutti i sindacati, sia quelli impegnati nella vertenza che quelli lontani dalla vertenza, a realizzare un nuovo presidio, questa volta di massa, non sarebbe forse la prova che qualcosa può cambiare oggi nello scontro diretto operaio-padrone e che qualcosa potrebbe cambiare domani nei più generali rapporti di forza tra le classi? Troppo semplice? Troppo irrealistico? No, solo la prova che da questo versante, quello delle lavoratrici e dei lavoratori, non ci sarebbe niente di impossibile.

Gli apologeti della modernizzazione capitalistica sostengono che non si può conquistare più l’autonomia nella prestazione lavorativa nei confronti dell’impresa perché il suo potere si nasconde, da ultimo si nasconde dietro l’algoritmo, ma allora si mette in discussione direttamente l’algoritmo, o almeno, si apre una contesa sindacale per contrastare pure quello. Gli impotenti di oggi possono ancor costituire la potenza di domani, lo possono fare dal basso, riscoprendo le radici del conflitto e disvelando nel suo farsi il rapporto di ogni singolarità con il conflitto generale di classe. I fatti ci dicono che solo così, a partire in presenza di questo conflitto, di questa contesa agita dal basso, può costituirsi credibilmente anche quello dall’alto, quello politico dei grandi obiettivi di cambiamento. Nella ricerca di questo nesso potrebbe rinascere intanto quello di cui più c’è bisogno, il lavoro politico, di cui l’inchiesta partecipata è la prima tappa.

FINE (La prima parte è stata pubblicata sul Riformista di sabato scorso)

Politico e sindacalista italiano è stato Presidente della Camera dei Deputati dal 2006 al 2008. Segretario del Partito della Rifondazione Comunista è stato deputato della Repubblica Italiana per quattro legislature ed eurodeputato per due.