Donatella Di Cesare alla fine è sbottata e ieri ha scritto un post molto duro, amareggiato, di chi non ne può più. «Non ho mai avuto tanti attacchi come in queste ore. Non solo gli hater sui social – su twitter – ma anche sulla stampa ufficiale. Insulti in tv, parole di odio livore disprezzo intolleranza. Una campagna diffamatoria personale degna di questa violenta propaganda bellica». Quale è la colpa della filosofa? Di sinistra, una delle poche garantiste serie in circolazione, Di Cesare si è espressa contro la guerra, senza fare il tifo per Zelensky. Ha espresso dubbi, ha posto domande, si è rifiutata di schierarsi rinunciando a interrogare, come lei l’ha chiamata, la complessità. Soprattutto è una di quelle, per fortuna non l’unica, anche se spesso in tv è sola, che è convinta che alla guerra non si risponda con la guerra e che è sbagliato inviare armi all’Ucraina. La guerra, è il concetto chiave, non si ferma con la guerra.

In questo giornale dall’inizio dell’aggressione russa contro l’Ucraina abbiamo sempre dato spazio a tutte le posizioni, convinti che la contrapposizione netta, la guerra delle parole sia un male da evitare a tutti i costi. Per questo, per aver ospitato posizioni di pacifismo radicale, come quella di Alberto Cisterna che ha proposto la resa per fermare la guerra, ci siamo sentiti definire traditori e immorali. Le stesse accuse che vengono mosse nei confronti della filosofa che con estremo coraggio sta portando avanti la sua posizione. Ma è difficile, molto difficile, quando invece di discutere si punta il dito, si tratta chi pensa fuori dal coro come una reietta, una che fa il gioco del nemico, in qualche modo colpevole di quello che accade nel fronte ucraino. Si tratta di una violenza inaudita e ha ragione Di Cesare quando si lamenta non solo dell’attacco sui social ma in particolare di quello che viene scritto dai grandi giornali, dagli opinionisti che l’accusano in maniera così pesante.

È un’incitazione all’odio pericolosissima: la grande firma accusa, i social attuano la condanna e non è necessario che dalla parole si passi ai fatti. A volte, lo sappiamo tutti bene, le parole sono altrettanto contundenti, possono fare male come il lancio di una pietra, come un colpo, come una frustata. A volte le parole feriscono così tanto che le persone sono costrette a fare un passo indietro. Ci vuole coraggio a fare come Donatella Di Cesare: andare in tv per sostenere le proprie idee. Ma questo al coro degli interventisti, di chi usa le immagini di guerra per fare leva solo sui sentimenti e non sulla ragione (che è politica, diplomazia, impegno personale e collettivo rispetto alle conseguenze di tutte le guerre) questo dà fastidio, non viene tollerato, anche se sono poche le voci, anche se si tratta di una minoranza, non va bene. Quelle poche voci devono tacere si devono omologare, devono seguire la maggioranza. Noi garantiste e garantisti lo sappiamo bene, lo viviamo ogni giorno sui temi della giustizia e dello Stato di diritto. Ora lo stiamo provando anche sulla guerra. E lo dice una che a differenza di Di Cesare ha molti più dubbi, Ma nessun dubbio sul fatto che il dibattito non può essere soffocato con accuse, con attacchi personali, con banalizzazioni.

Sempre più spesso se qualcuno è contrario all’invio delle armi diventa immediatamente schiacciato nella casella “filo-Putin”. Anche se non lo è, anche se non lo è mai stato. Su questo ha scritto un bellissimo post la scrittrice e giornalista Ritanna Armeni. «Nella diatriba fra “complessisti” e “semplicisti” io faccio parte della prima categoria, quindi sarei putiniana, amica degli invasori, nemica della democrazia, indifferente ai bambini morti, agli ospedali bombardati. Nemica del popolo ucraino che resiste al nemico. Donna senza i principi della democrazia e della libertà. Va bene. Cioè, va male ma non sono turbata più di tanto. Anzi approfitto per confessarvi che il mio “complessismo “ è molto più ampio e condannabile di quel che pensate». Eppure c’è un modo diverso di fare, di confrontarsi. Ne abbiamo dato un esempio sul Riformista pubblicando la risposta di Lea Melandri ad Adriano Sofri che sul Foglio le aveva scritto una lettera aperta. Lei pacifista radicale, lui a favore dell’invio delle armi in Ucraina. Uno scambio bellissimo. Senza accuse, senza offese, senza capri espiatori. Parlare liberamente e dissentire si può. Si deve.

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Vicedirettrice del Riformista, femminista, critica cinematografica