Che presto nasca il Partito degli estranei. Innanzitutto, estranei a ogni osservazione politica, di più, alla politica stessa; il viso girato dall’altra parte. Il suo inno ufficiale, meglio, la sua canzone, dovrebbe intitolarsi, “Estraneità spalanca le tue braccia, io sono qua…”. Così, soltanto così, unicamente queste parole, per spiegare una sensazione comune a molti davanti alla situazione data, diciamo pure, politica, forse anche epocale, esistenziale, perfino, perché negarlo, ontologica.

Intendiamoci, nessuna critica sulla scelta del nuovo presidente del Consiglio, nulla da obiettare riguardo a Mario Draghi, l’uomo, il professionista. A maggior ragione assodato quel suo tratto di incredibile estraneità al cinismo romano, sebbene la persona sia nata proprio all’ombra del Cupolone e del Palazzo, ci sembra, ci appare come l’amministratore di condominio ottimale, il migliore, il più idoneo al compito che dovrà affrontare, fra tutti coloro che potessero essere scelti tra i presenti su piazza, nel quartiere, nel circondario. Soprattutto disponibile a ricevere in dote il carico di problemi che affliggono la “res publica”, così in un mondo dove, per citare le parole di un pensatore di pregio quale Aristotele, non vi sono problemi poiché non vi sono soluzioni.

L’apprezzato Draghi, così sembra, saprà far quadrare i millesimi di ciascun condomino, e certamente boccerà la dissennata proposta, metti, dell’osceno e prepotente residente del settimo piano che vorrebbe trasferire la caldaia dal piano interrato al vano dell’ex stanza dei cassoni dell’acqua, con serio rischio che le chiavi della stessa finiscano in mano a chissà chi, con conseguente timore che possano, nottetempo, calarsi dal terrazzo sul nostro appartamento, giusti timori da residenti d’attico.

Dimenticavo, l’aderente al Partito degli estranei è tale nella sua coscienza da rifiutarsi di salutare, come fosse una conquista di ritrovata attenzione dialettica alle cose, l’arrivo di un nuovo social che prende nome di Clubhouse, a maggior ragione respinge la pretesa che questo baracchino cieco affermi la pretesa di mostrare completezza ed eleganza nell’ascolto delle opinioni altrui. Clubhouse, infatti, a dirla tutta, ha dato subito a molti di noi, perfetti estranei, la sensazione d’essere popolato da “convinti”, un luogo dove tutti vorrebbero essere Enrico Mentana, comprese le donne che vi partecipano. Quanto a noi, aderenti al Partito degli estranei, sogniamo semmai un conduttore, un titolare di talk televisivo, che d’improvviso si alzi dalla sedia e abbandoni la sua residenza mediatica.
“Estraneità, spalanca le tue braccia…”, recita appunto l’inno nostro.

Così potrebbe suonare, con una parafrasi, il canto, l’unico, del nostro movimento, ma che dico del nostro, del mio, posto: perché l’estraneo aderisce a malapena a se stesso. Il Partito degli estranei, si sappia, non rimpiange la perduta pienezza ideologica, le “belle bandiere”, cui accennava Pasolini. il Partito degli estranei rinuncia perfino a interrogarsi sulle ragioni che hanno reso, metti, la sinistra così marginale in presenza tuttavia di una destra endemica, bene rifugio subculturale della nazione, una sinistra invisibile, pulviscolare. Il rasseblement degli estranei concepisce semplicemente lo stato d’animo individuale, lo sguardo interiore di chi, silenziosamente, davanti a se stesso, vi aderisce. Il Partito degli estranei non necessita neppure di tessere, di un distintivo, di una coccarda, di una sede, di una segreteria politica, di un comitato nazionale, di deleghe, di una bandiera, appunto.

Il Partito degli estranei, forse l’ho lasciato intuire, discosta lo sguardo anche dalla partecipazione agli stessi social, lascia la stringa bianca, vuota, assente. Il Partito degli estranei, per statuto mai scritto, prova orrore davanti alla semplificazione del linguaggio, cominciando dal lessico giornalistico, concepito ormai come prodromico dell’imminente sua trasformazione in hashtag, in meme, in modo da soddisfare la mediocrità egemone. Il Partito degli estranei sogna di costituirsi, magari proprio nello storico Palazzo dei Congressi all’Eur, sogna una grande assise dove ci si guardi in volto senza mai pronunciare verbo: non una relazione introduttiva, non interventi, niente varie ed eventuali, non un solo contributo a sostegno d’altre mozioni. Il fondatore, nel caso presente, semmai raggiunge la tribuna e lì, rivolto alla platea, rimane in silenzio, per poi tornare a sedersi tra gli altri, nessun applauso, avendo dato appuntamento ai colleghi congressisti il mattino del giorno dopo.

Questi, i congressisti, per un intero pomeriggio, hanno la possibilità di passeggiare per Roma, conquistando la sensazione del deserto, merito o colpa anche della pandemia in atto, la città infatti darà loro la sensazione d’avere fatto ritorno al tempo dell’occupazione tedesca, quando era perfino vietato l’uso dei mezzi a due ruote, e allora i romani ingegnosi attaccavano una terza rotella da triciclo alla ruota posteriore, per aggirare il bando. E intanto Giuseppe Albano, il Gobbo del Quarticciolo, combatteva, eroico, la sua battaglia contro i nazifascisti. I congressisti del Partito degli estranei vanno così in giro, come è giusto che sia faranno acquisti, souvenir: una guardia svizzera, un carabiniere e una contadina di Amatrice in pannolenci, dopodiché tornano in albergo in attesa, l’indomani, di raggiungere nuovamente l’Eur per la seconda giornata di dibattito.

L’indomani mattina, il segretario del Partito degli estranei, eletto il giorno prima, riguadagna la tribuna e con un semplice gesto dichiara disciolto il partito stesso, saluta tutti con un nuovo cenno della mano, augurando alle amiche e agli amici lì convenuti buona vita, ora ogni delegato riconquista la propria località di residenza: strada facendo, o magari già sul treno, chiunque provvede a cancellare l’app di Clubhouse dal proprio iPhone. Il Partito degli estranei, al momento, è l’unica forza degna di nota di chi abbia, o comunque pretenda, un briciolo di coscienza e amor proprio da se stesso. Avanti, Partito degli estranei!

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Fulvio Abbate è nato nel 1956 e vive a Roma. Scrittore, tra i suoi romanzi “Zero maggio a Palermo” (1990), “Oggi è un secolo” (1992), “Dopo l’estate” (1995), “Teledurruti” (2002), “Quando è la rivoluzione” (2008), “Intanto anche dicembre è passato” (2013), "La peste nuova" (2020). E ancora, tra l'altro, ha pubblicato, “Il ministro anarchico” (2004), “Sul conformismo di sinistra” (2005), “Roma vista controvento” (2015), “LOve. Discorso generale sull'amore” (2018), "Quando c'era Pasolini" (2022). Nel 2013 ha ricevuto il Premio della satira politica di Forte dei Marmi. Teledurruti è il suo canale su YouTube. Il suo profilo Twitter @fulvioabbate