Non è un “whatever it takes” ma gli assomiglia molto. La corsa di Omicron va fermata, ne va della salute pubblica e dei conti pubblici, della ripresa economica e del sistema paese. E se quello del virus non è un attacco speculativo come quello che nel 2012 mise sotto attacco l’euro, di sicuro serve ora come allora una risposta “a qualunque costo”. Mario Draghi ha fatto Mario Draghi e ha detto stop alle speculazioni della politica. Pazienza se questo magari gli costerà il posto al Quirinale. Pazienza se nel Consiglio dei ministri di ieri ha scontentato più della metà numerica della sua maggioranza: Lega e Movimento 5 Stelle. Che si sono ritrovati un paio d’anni dopo dalla stessa parte ed esattamente dove si erano lasciati: ovverosia a dire no, tra le altre cose, all’obbligo vaccinale. Ma che poi alla fine hanno votato compatti all’unanimità un testo che hanno subìto.

Un’ora e mezzo di cabina di regia, subito dopo il confronto con le regioni, poi il Consiglio dei ministri: in un tour de force di quasi sei ore il premier chiude una partita che vorrebbe fosse decisiva nel contrasto alla pandemia.
Il testo del decreto che esce dal Cdm ricalca in sostanza la bozza preparata dagli uffici e di cui si può avere contezza intorno alle 19, mentre inizia la riunione. Anche questo è un segnale di “sfida” ai partiti ribelli. Sconfessare la bozza vorrebbe dire commissariare Draghi, una responsabilità che nessuno si può assumere. Non c’è l’obbligo del vaccino per tutti, richiesta di Italia viva, Pd e Leu. E neppure l’obbligo del vaccino per tutti i 23 milioni di lavoratori, tra cui i cinque che non si vogliono vaccinare e continuano ad essere il ventre molle da cui passa il virus. C’è però l’obbligo per gli over 50 (Brunetta ha provato di abbassarlo agli over 40, la Lega di alzarlo a 60 anni, M5s contrari a prescindere), è in vigore dal 15 febbraio fino al 15 giugno 2022.

Salta all’ultimo tuffo l’estensione del Supergreen pass (solo vaccinati e guariti) a molte altre attività finora esenti come banche, servizi alla persona, dai centri estetici ai parrucchieri, uffici pubblici e servizi postali, tutte le attività commerciali “escluse quelle essenziali e primarie della persona”. Il ministro Garavaglia (Lega) ha minacciato di non votare e alla fine resta il Green Pass normale. Il problema tecnico delle sanzioni – la cosa più difficile per i tecnici su cui trovare la quadra – è stata risolta all’articolo 4 (su un totale di otto) alzando la multa da 600 a 1500 euro “ferme restando le sanzioni disciplinari già previste per chi accede al luogo di lavoro violando l’obbligo”. Draghi ha tenuto duro sulla scuola. Si racconta di uno scontro con il ministro Franceschini che chiedeva “misure più restrittive” in caso di contagio. Il premier ha liquidato i dubbi dicendo che “la stagione precedente (quella in cui scattava la dad come se nulla fosse, ndr) è superata” e che quello che stiamo vivendo oggi non è paragonabile ad un anno fa. Su questo tutto il Cts ha rassicurato il premier che è intervenuto in modo deciso su chi invece indugia – si spera non per convenienze politiche – su scenari molto già complicati di quello che sono.

Dunque non si tocca. Nessun rinvio, nessuna anarchia con la dad. Sono stati stabiliti alcuni parametri: alle medie e alle superiori, la dad scatta dopo quattro contagiati, per dieci giorni e solo per i non vaccinati. Alle elementari, dove il tasso di vaccinazione è più basso, la dad scatta dopo due casi. Gradualità e premiare chi si è vaccinato sono i criteri che hanno guidato questo ennesimo decreto. Dentro il quale ci sono anche 92 milioni di euro per i test gratuiti destinati agli studenti in autosorveglianza. Sullo smart working ha vinto il ministro Brunetta: non serve fare un nuovo decreto per mettere la gente a lavorare da casa. La legge approvata un mese fa con tanto di firma dei sindacati, già prevede che “i dirigenti degli uffici pubblici possano organizzare il lavoro fino al 49 per cento da remoto”. Il problema è che i dirigenti non si sono ancora decisi a fare ipotesi di presenze. «Basta applicare la legge che già esiste e il 49% dei lavoratori di tutti gli uffici possono lavorare da casa», ha tenuto il punto il ministro della Pa. Troppa fretta anche quei nel voler tornare a un anno fa con le città vuote, gli uffici anche e i servizi ai cittadini non garantiti. Draghi non vuole più chiudere il paese. Ma vuole proteggerlo da nuove ondate e varianti «difendendo con le unghie e con i denti quel po’ di normalità che abbiamo riconquistato a fatica e dopo 137 mila morti».

Bisogna immaginare Mario Draghi nel suo ufficio a palazzo Chigi circondato per non dire assediato dai niet dei partiti al vaccino obbligatorio nel rinnovato asse Lega-5 Stelle, dall’ “avevamo detto” dei sindacati, da Confindustria ma anche dalle aziende più piccole che una volta introdotto l’obbligo non saprebbero come fare a sostituire la mano d’opera assente, per non dire dei numeri delle curve di contagio e delle problematiche giuridiche che arrivano soprattutto dal fronte della sanzionabilità. Lo staff di Conte ha informato che prima del Cdm il capo grillino ha sentito il premier al telefono. Conte ha spiegato la sua contrarietà all’estensione dell’obbligo del vaccino e perché invece occorre tornare in smart working. Poi però i ministri 5 Stelle hanno votato. A venti giorni dall’inizio delle votazioni per il tredicesimo presidente della Repubblica, è inevitabile che l’azione politica risulti condizionata. Specie se il candidato numero 1 è il presidente del Consiglio e il numero 2 – al momento almeno – è il leader di una forza politica di maggioranza. Il pantano è dietro l’angolo. E farebbe molto in fretta a diventare sabbie mobili.

I gruppi parlamentari sono fuori controllo, i 111 del Misto – e non solo loro – rispondono solo a una logica: portare la legislatura al 2023 e scansare con cura ogni cosa che possa destabilizzare. Una su tutte: eleggere Draghi al Quirinale. Perché poi, chi potrebbe essere in grado di guidare la stessa maggioranza? E una maggioranza diversa, ad esempio con la Lega fuori, quanto potrebbe durare? Non è casuale quindi che i 5 Stelle abbiano fatto trapelare con un blitz che ha messo in ginocchio il loro leader Giuseppe Conte l’ipotesi del bis di Sergio Mattarella. “Cosa succede se noi iniziamo a votarlo?” è la proposta uscita, inattesa, lunedì sera da una riunione dei senatori. Proposta che ha spiazzato Conte che invece ha lanciato “la donna”, il giudice costituzionale. Il punto è che un bel pezzo di Pd è d’accordo con i 5 Stelle, con buona pace del segretario Letta che, in asse con Conte e Speranza, sta lavorando per Draghi e pazienza se si va a votare. Anzi meglio, si fa chiarezza una volta per tutte di un Parlamento eletto un’era geologica fa e non più rappresentativo del Paese.

C’è un parallelismo evidente: così come Conte non controlla i suoi gruppi, anche Letta non gode di perfetta sintonia. Ieri il senatore Verducci (corrente Giovani turchi, cioè Orfini) ha annunciato che “il bis di Mattarella sarà ufficializzato il 13 gennaio nella riunione convocata da Letta per affrontare il nodo Quirinale”. La volontà di mettere sul tavolo questa opzione le fa fare automaticamente un salto di qualità. Spiega un senatore dem: “Se M5s e Pd uniscono le forze, possiamo immaginare un effetto valanga tra i Grandi Elettori”.

Giornalista originaria di Firenze laureata in letteratura italiana con 110 e lode. Vent'anni a Repubblica, nove a L'Unità.