Due lettere che mi arrivano dal carcere. La prima è di un familiare di un detenuto della Casa di reclusione di Milano-Opera che racconta, dopo una telefonata, della diffusione del Covid nelle sezioni dell’Alta sicurezza, AS1 e AS3. Mi colpisce quando riferisce dei detenuti dell’AS3 dove si trovano – afferma – i più anziani, i più fragili, coloro che spesso non escono dalla stanza o non si alzano dal letto e li penso mentre vivono minuto dopo minuto la loro straziante solitudine.

«Buongiorno Rita, le scrivo per metterla al corrente della situazione Covid a Opera nella sezione degli AS. Nella casa di reclusione di Opera le restrizioni sono partite subito alla fine di ottobre quando sono state bloccate le uscite dei permessanti i quali, da mesi isolati nel centro clinico perché potessero usufruire dei permessi senza mettere a rischio i compagni di sezione, sono stati riportati nelle loro celle, dopo essere stati sottoposti a tampone.

Dopo un primo periodo, dove pareva che anche la seconda ondata di contagi avesse risparmiato Opera, l’11 novembre, da una telefonata con il mio familiare ivi ristretto, vengo a conoscenza di numerosi positivi nel corridoio dell’AS3, posto sullo stesso piano della AS1. È una parte della AS3 dove sono collocati i più anziani, i più fragili, coloro che spesso non escono dalla stanza o non si alzano dal letto. Ancora gli AS1 risultavano indenni al virus. Nel giro di poche ore però il tam tam dei familiari e dei volontari alza il numero dei positivi oltre la ventina. Di questi alcuni sono della sezione degli AS1, per la precisione 3. Nei giorni a seguire risultano positivi altri AS1, tra questi c’è anche un detenuto sempre presente ai laboratori di Nessuno Tocchi Caino Spes contra Spem.

I familiari apprendono del trasferimento del proprio caro attraverso di me e rimangono alcuni giorni senza sue notizie. Quando la comunicazione riprende regolarmente apprendono che verrà trasferito a San Vittore. Ancora oggi si trova in quel carcere, nel reparto destinato ai positivi al virus. Dice di trovarsi bene e di avere i sintomi di una lieve influenza. Lunedì 23 novembre ha effettuato il tampone che è risultato ancora positivo, pertanto dovrà attender per rientrare a Opera. Degli altri non so nulla, ma pare siano in maggioranza asintomatici o con sintomi lievi. Oggi ho avuto un ulteriore aggiornamento, altri 8 positivi nella sezione AS3 e 5 in uno dei due corridoi degli AS1, per l’altro corridoio i risultati arriveranno presumibilmente nella giornata di domani. Sommando tutti i casi si arriva a un considerevole numero che oltrepassa il 40.

In tutto questo tempo l’intero piano è rimasto in quarantena, chiusi gli spazi comuni, le salette hobby e i passeggi sono con i compagni del proprio corridoio. Inoltre, sono state cancellate tutte le videochiamate Skype in quanto si svolgono nell’area colloqui, non più accessibile a coloro che risultano in quarantena. I colloqui sono stati interrotti da metà novembre. Nel frattempo è partita la fornitura regolare di mascherine e sono stati posti igienizzanti nei corridoi. Vi scrivo questo poiché i detenuti sono dispiaciuti del fatto che la notizia non è ancora giunta ai media, in particolare, alla voce di radio radicale».

La seconda è una lettera di solidarietà allo sciopero della fame in corso che mi giunge dal carcere di Velletri. Un messaggio pieno d’affetto che centra due problemi: il silenzio dei mezzi di informazione sul carcere e il cinismo della politica: noi e gli immigrati – afferma questo recluso – siamo il terreno fertile dove piantare il seme dell’odio e della demagogia per poi raccogliere consenso.

«Ciao Rita, mi chiamo F.M., sono detenuto presso il carcere di Velletri.
Prima di tutto vorrei chiederti: come stai? In secondo luogo vorrei ringraziarti a nome di tutti gli altri 500 detenuti – o “compagni di avventura”, come amo chiamarli io – per tutto quello che fai per noi. In modo particolare per quello che stai facendo in questo momento. E vorrei sottolineare l’assordante e vergognoso silenzio da parte di quasi tutti i media sul tuo sciopero della fame per richiamare l’attenzione delle istituzioni politiche e parlamentari affinché si accenda un faro sulla drammatica situazione nelle carceri e sulla mala-giustizia italiana.

Al momento qui nel carcere di Velletri la situazione sembra essere sotto controllo, ovviamente per quel che ci è dato sapere. Ma trovo assolutamente vergognoso e non degno di una società che si ritiene civile il comportamento e le misure che ci vengono riservate dalla politica. Se possibile, siamo considerati peggio di una discarica sociale. Peggio, perché viene sfruttata la nostra disperazione e quella dei nostri familiari per meri scopi politici o, peggio, di propaganda. Certa informazione e certi esponenti politici hanno bisogno di noi, poveri detenuti, come il formaggio per il topo. Noi e gli immigrati siamo il terreno fertile dove piantare il seme dell’odio e della demagogia per poi raccogliere consenso.
Avrei molto altro da scrivere, ma non ti voglio tediare. Ti invio 500 abbracci virtuali.
Un caro saluto, F.M.».