«A Napoli la politica non esiste più: il Movimento 5 Stelle è il trionfo dell’antipolitica, il centrodestra non è in grado di creare un’alternativa e il Partito democratico non è altro che un insieme di cordate di poteri». Eugenio Capozzi, professore di Storia contemporanea all’università Suor orsola Benincasa di Napoli offre al Riformista la sua visione della politica partenopea.

Professore, il M5S è spaccato, con un’ala “ortodossa” che imputa all’altra di essersi alleata con il Pd. Dema, il movimento di Luigi de Magistris, potrebbe sparire se il sindaco si accordasse col Pd in Calabria e costringesse Alessandra Clemente a ritirare la candidatura a sindaco di Napoli. Come mai i movimenti populisti si stanno spegnendo?
«Il M5S è stato l’espressione più tangibile del trionfo di un’antipolitica radicale, emersa prepotentemente in parallelo con la disarticolazione del sistema politico della seconda Repubblica. Ora quel periodo caotico si sta chiudendo e il sistema sembra riarticolarsi in senso bipolare, ma con un forte asse centrale “tecnico istituzionale” di cui Mario Draghi è l’elemento cardine. Quindi è fatale che l’ondata populista pentastellata gradualmente rifluisca, trovando posto in questo nuovo assetto come ala iperassistenzialista di un nuovo centrosinistra».

Nel frattempo, Catello Maresca si presenta come candidato civico e mette in imbarazzo il centrodestra. I partiti pensano addirittura a un listone senza i rispettivi simboli a sostegno dell’ex pm. È la fine di una storia politica?
«Uno dei maggiori problemi del centrodestra italiano, dagli anni Novanta in poi, è quello di aver sempre assecondato e sfruttato l’antipolitica invece di realizzare un’alternativa a essa. Le sue forze sono sempre rimaste in una dimensione leaderistica di tipo personale, senza mai costruire una struttura confederale solida, in grado di durare nel tempo e formare una classe politica nuova. Non a caso l’ambizioso progetto del Popolo delle Libertà è naufragato. Da questo vuoto deriva anche la cronica difficoltà, per la coalizione, di trovare candidati autorevoli e credibili nelle elezioni locali. Quando questi emergono, sono quasi sempre (salvo in alcune zone del Centro-Nord) leader indipendenti che usano i consensi della coalizione piuttosto che rappresentarli. Oppure candidature velleitarie, destinate a spegnersi senza lasciare traccia».

Il Pd dà segni di vitalità, ma è appiattito sul M5S. Quali prospettive ha il partito?
«Il Pd ha smesso da tempo di essere un partito. È un precario “assembramento” di cordate di potere locali tenuto insieme soltanto dall’osmosi con le istituzioni statuali e locali. In questo senso è molto più simile alla Dc che al Pci di un tempo. Sopravvivrà così, perennemente minoritario ma capace di usare le istituzioni a suo favore, come blocco dei garantiti e sussidiati con il pubblico erario. Proprio in tal senso, il M5S in fase calante è il suo alleato e “cespuglio” inevitabile».

Qual è lo stato di salute della politica napoletana?
«A Napoli non esiste praticamente più nulla che possa chiamarsi “politica” né una vera e propria classe politica. Tutto è finito con la prima Repubblica e con il primo mandato da sindaco di Antonio Bassolino. Dopo è rimasto solo un farsi concorrenza per la questua di denaro pubblico e per mantenere un esercito di sussidiati. L’era di de Magistris è stata il compimento fatale di questo processo: una questua che non riesce nemmeno più a mantenere in piedi il sistema assistenzialistico, ma divora se stessa».

Come giudica il dibattito sulla città?
«Vuoto e inconcludente, almeno finché non sarà sciolto il nodo di un’area metropolitana deindustrializzata e largamente parassitaria, così come quello di un ente locale di fatto in dissesto. Sa che le dico? Se questo è il contesto, per la città sarebbe meglio un commissario».

Nata a Napoli il 28 settembre 1992, affascinata dal potere delle parole ha deciso, non senza incidenti di percorso, che sarebbero diventate il suo lavoro. Giornalista pubblicista segue con interesse i cambiamenti della città e i suoi protagonisti.