Sembra quasi la risposta a un’operazione gemella condotta un mese fa nella zona di Reggio Calabria dal procuratore Giovanni Bombardieri, quella presentata ieri mattina a Crotone dal dottore Gratteri e da Francesco Messina, capo della direzione centrale anticrimine. Siamo sempre in terra di ‘ndrangheta e finalmente anche dalla procura di Catanzaro si va a caccia non di antennisti e geometri, ma di narcotrafficanti. Infatti è la prima volta in cui, se titoloni di giornali ci saranno (e speriamo di sì, altrimenti il procuratore di Catanzaro ci infliggerà un’altra conferenza stampa per lamentarsene), non sarà perché sono state messe ai polsi di qualche esponente politico quelle manette che verranno poi tolte dai giudici del tribunale del Riesame o della Cassazione. Con strascico di figuracce e polemiche.

I sequestri di materiale stupefacente erano stati oggetto della relazione annuale che il procuratore capo di Reggio Calabria Giovanni Bombardieri aveva svolto alla fine del gennaio scorso per fare il punto sulla propria attività investigativa. I numeri sono impressionanti. Tra il primo luglio del 2019 e il 30 giugno del 2020 erano stati sequestrati 3.943,945 chili di sostanze stupefacenti, e nel solo giorno del 25 marzo di un anno fa in un terreno agricolo della zona di Gioia Tauro erano stati sottratti alle famiglie della ‘ndrangheta 537,256 chili di cocaina, probabilmente provenienti dal Sudamerica e destinati evidentemente al fiorente mercato del nord Italia. Nello stesso periodo anche sequestri e confische nel reggino avevano restituito allo Stato un patrimonio corrispondente a 1.200 milioni di euro.

L’operazione di ieri nel crotonese si chiama “Golgota”, e viene presentata con i consueti squilli di tromba. “Questa è ‘ndrangheta di serie A”, annuncia il procuratore Gratteri. Salvo poi lamentarsi, al termine della conferenza stampa, perché si sente isolato e non capito. «Non è sufficiente da sola l’azione giudiziaria –ha confidato ai giornalisti- perché mi rendo conto che dovremmo dare di più e che altri pezzi dello Stato dovrebbero fare di più». Sembra abbastanza evidente l’allusione al governo (o a diversi governi), visto che le forze di polizia collaborano già con lui e sono state, anche in questa circostanza, da lui elogiate, insieme ai suoi sostituti procuratori che hanno partecipato all’operazione e che vengono da lui definiti “i migliori” dell’apparato investigativo antimafia.

Può essere che in questi giorni in cui si sta per formare il nuovo governo, la memoria del procuratore di Catanzaro sia tornata ai giorni in cui l’incarico di formare il nuovo esecutivo era stato affidato dal presidente Napolitano a Matteo Renzi e lui si era presentato al Quirinale con in mano un solo nome per il ruolo di Guardasigilli, quello di Gratteri, appunto. Dell’episodio è riferito nel libro di Sallusti e Palamara Il Sistema, ed emerge chiaramente che i nemici del magistrato erano semplicemente altri magistrati. Il solito toga-contro-toga che abbiamo imparato a conoscere. In quelle pagine si dice anche che il dottor Gratteri aveva accettato l’incarico, che poi salterà, ponendo una sola condizione, quella di avere “carta bianca”. Forse anche in quel ruolo aveva sognato di ricostruire il sistema di giustizia “come un Lego”, cioè quello che vuol fare, nella veste di investigatore, della Calabria?

Se la parte construens del suo Lego in Calabria ancora non si è vista, certo è che nella parte destruens il procuratore è molto attivo. Se qualcuno facesse una ricerca in internet alla voce “retata Gratteri”, scoprirebbe una sfilza di notizie, e vedrebbe che almeno una volta al mese in Calabria si muovono centinaia di uomini, spesso con l’aiuto di elicotteri, e fioccano perquisizioni e arresti. È il Gratteri style. Quello che lui avrebbe portato al ministero di via Arenula. Quello che ancora potrebbe portare se il professor Draghi, chissà, non si sa mai, dovesse chiamarlo a costruire il suo Lego. L’operazione di ieri è la somma di due diversi filoni di indagine, una che riguarda le famiglie Areba-Nicoscia di Isola Capo Rizzuto e l’altra quella della famiglia Mannolo, i “pecorari” attivi soprattutto nel territorio di San Leonardo di Cutro. Sessantasette sono gli indagati, di cui trentasei in custodia cautelare in carcere.

I reati sono sempre legati da quello che li contiene tutti, cioè l’associazione di stampo mafioso, quella prevista dall’articolo 416 bis del codice penale. Questa volta però, a differenza delle ultime inchieste cui ci avevano abituato le conferenze stampa del dottor Gratteri a partire da “Rinascita Scott”, il cui maxiprocesso è in corso nell’aula bunker di Lametia, c’è qualcosa di molto concreto e molto importante. Stiamo parlando di droga e di armi. Anche armi da guerra, sequestrate in zone come il Crotonese in cui, anni fa, ci erano state vere stragi di mafia, guerre sanguinose di cui ora si porta solo memoria. Il fatto che in certe case siano ancora state trovate armi è preoccupante. Ma bisognerà sapere anche quali e quante. Le investigazioni sulla zona di Isola di Capo Rizzuto sono la prosecuzione dell’operazione “Tisifone” del 2018 che, dice il magistrato, avrebbero all’epoca impedito la ripresa di una nuova guerra di mafia. Ma si parla più che altro di “azioni di disturbo” da parte delle forze dell’ordine, quasi che una perquisizione ogni tanto servisse da monito e da impedimento di azioni sanguinose.

Il procuratore ci crede davvero. «Non avete idea –dice convinto- di quanti omicidi abbiamo evitato in questi anni conducendo questa indagine». Frase assai misteriosa, perché non viene spiegato quali motivi potrebbero stare dietro, oggi e dopo anni dagli ultimi delitti di sangue, alla necessità di possedere armi. Perché si parla di decine e decine di pistole e fucili, anche di armi da guerra. Conflitti per il controllo del territorio o altro? Egemonia nel settore del narcotraffico? Le imputazioni e gli arresti per la droga ci sono, nella retata di ieri. Ma, mentre conosciamo fino all’ultimo grammo quanti chili di cocaina o di altre sostanze psicotrope sono state sequestrate a Reggio Calabria, di Catanzaro o Crotone abbiamo solo notizie un po’ fumose, anche se altisonanti. Secondo il capo della direzione nazionale anticrimine Francesco Messina sarebbe addirittura stata «disarticolata la componente militare delle cosche di Isola Capo Rizzuto».

Dove i termini “disarticolata” e “militare” lasciano proprio intendere un’operazione di guerra. Cui fanno eco le parole di Gratteri sul fatto di aver “importato una rivoluzione”. E di poter constatare che le cose stanno migliorando, e che questo «vuol dire che noi magistrati e forze dell’ordine cominciamo a essere credibili e questo ci conforta». Crediamo che anche i cittadini calabresi sarebbero confortati se le conferenze stampa mensili del dottor Gratteri fossero sempre fondate su fatti concreti (ieri ci siamo andati vicini), con cifre numeri e spiegazioni, non solo sulla quantità di droga sequestrata, ma anche sulle armi. E sul perché e come sono state salvate le vite umane. Il che è sempre comunque una buona notizia.

Politica e giornalista italiana è stata deputato della Repubblica Italiana nella XI, XII e XIII legislatura.