L’Italia ripudia la guerra “come mezzo per la risoluzione delle controversie internazionali”. Ma gli italiani, almeno i circa diecimila che ieri mattina a Roma hanno sfilato e affollato – nonostante i 36 gradi e il sole a picco – i viali dei Fori Imperiali amano la Repubblica e le forze armate e i corpi civili che la difendono e la proteggono. E a giudicare dagli applausi, queste migliaia di italiani si sentono ben rappresentati da questa terna di arbitri che li governa in questo momento difficile e pieno di incognite.

Il presidente della Repubblica Sergio Mattarella che non credeva di poter essere di nuovo al centro della tribuna d’onore a rendere omaggio alla bandiera e ai corpi militari e civili che sfilano con i vari reparti e invece è qui, sorridente e compiaciuto. Il Presidente del Consiglio Mario Draghi, al suo debutto nella stessa tribuna, che batte le mani e anche lui sorride. Il presidente della Corte Costituzionale Giuliano Amato che più volte in questi tre mesi ha spiegato perché l’invio di armi all’Ucraina non solo è legittimo ma anzi è previsto dall’insieme di ben tre articoli 11, 52 e 78 – della nostra carta costituzionale. I pacifisti sono a un chilometro in linea d’aria, in Largo Argentina. Sono un centinaio e non di più a manifestare contro il governo, le armi, la Nato e l’Unione europea.

Dopo due anni di assenza, il destino ha voluto che la parata militare per festeggiare i 76 anni di Repubblica capitasse nel cuore di una guerra assurda, “di stampo ottocentesco” come l’ha definita lo stesso Mattarella, combattuta sul campo, casa per casa, trincea per trincea, “che sta generando morte e distruzione” soprattutto tra i civili. Il ministro della Difesa Lorenzo Guerini, e con lui il governo e il Quirinale, hanno accettato il rischio di una parata che avrebbe potuto sembrare una provocazione nel mezzo di un dibattito politico, in Italia e in Europa, che vede le sacrosante ragioni del pacifismo spesso al servizio di strumentalizzazioni di parte e di consenso. Un rischio però vinto a mani basse, sempre a giudicare dal gradimento del pubblico e dei curiosi. Una cerimonia che poteva risultare divisiva e che invece ha saputo unire.
È stata la parata militare forse meno marziale degli ultimi vent’anni.

L’onore dell’apertura è stato riservato a un esercito di trecento sindaci, uomini e donne con la fascia tricolore, che hanno camminato in ordine sparso tra ali di folla plaudente e commossa. Sono stati gli amministratori che negli anni della pandemia, durante i lockdown, la battaglie contro le chiusure e quelle contro la solitudine hanno saputo dare voce e ascolto ai cittadini. «È stata una giornata importante e significativa, soprattutto emozionante», ha detto il sindaco di Bari Antonio De Caro che guida l’Anci e che ieri mattina camminava un po’ a zig zag salutando a destra e a sinistra e fermandosi commosso davanti a Mattarella e Draghi. «Ci siamo sentiti circondati dall’affetto e dalla simpatia di centinaia di cittadini per i quali ogni giorno lavoriamo con impegno e passione nelle nostre città».

Prima il Covid. Ora la guerra: sono sempre i sindaci i primi a dare l’assistenza ai profughi, a trovare una casa e una scuola a intere famiglie scappate via senza nulla. L’onore della prima fila è tutto meritato. Vedendoli camminare lungo i Fori, sembrava di vedere il “Quarto Stato”, il quadro di Pellizza da Volpedo, improvvisamente animato e vivo. Così come è meritata e anche questa emozionante la seconda fila per i medici e gli infermieri, “gli eroi del Covid”, l’esercito di camici bianchi che ha rischiato la propria vita e ne ha salvate tante. Qui è parso di cogliere qualche ombra negli sguardi e nei saluti: l’onore è certamente importante, ma il riconoscimento per quello che è stato si deve misurare con posti di lavoro sicuri, personale adeguato nei numeri, nella preparazione e negli stipendi. Dopo i civili, hanno sfilato i reparti militari di tutte le quattro forze armate, quelli speciali, quelli ordinari, le eccellenze, i professionisti della Difesa. Poi la polizia, i vigili del fuoco, la Protezione civile, tutti i tasselli della nostra sicurezza.

La parata ai Fori imperiali ha sembrato unire anche la politica. In Tribuna autorità c’erano tutti i partiti presenti in Parlamento. Non c’erano Giorgia Meloni, Matteo Salvini e Giuseppe Conte – ma il cerimoniale non prevede la presenza di leader di partito – ma c’erano la maggior parte dei ministri in carica di tutte le forze di maggioranza come se i dubbi che alimentano le polemiche sull’invio delle armi in Ucraina e sulla linea atlantista ed europeista del governo Draghi fossero cancellati. Almeno per qualche ora. Vedremo da qui al 21 giugno, quando l’informativa del premier prima del nuovo Consiglio europeo sarà messa ai voti, cosa succederà. Se e come Lega e 5Stelle daranno seguito a minacce e presunti malumori. Ieri mattina Giorgetti (Lega) sedeva accanto a Gianni Letta, Mariastella Gelmini (Fi) era vicino a Di Maio e D’Incà (M5s), a Ignazio La Russa (Fdi) e Maurizio Gasparri (Fi) e Simona Malpezzi (Pd). Tutti insieme appassionatamente. E anche sorridenti. Come Draghi e Mattarella. Titolo scelto per la cerimonia: “Insieme a difesa della pace”.

Per il secondo giorno di fila il Presidente della Repubblica ha ribadito quale debba essere il ruolo dell’Italia dopo cento giorni di guerra: lavorare per la pace, insieme alla comunità internazionale, restando uniti. «Lo ribadiamo oggi mentre siamo a fianco dell’aggredita Ucraina: la Repubblica è impegnata a costruire condizioni di pace e le sue Forze Armate, sulla base dei mandati affidati da Governo e Parlamento, concorrono a questo compito», ha scritto il capo dello Stato in un messaggio inviato al Capo di Stato Maggiore della Difesa Giuseppe Cavo Dragone. La pace, ha aggiunto, «non si impone da sola ma è frutto della volontà e dell’impegno concreto degli uomini e degli Stati». Una pace che si conquista e si difende anche con le armi e «basata sul rispetto delle persone e della loro dignità, dei confini territoriali, dello stato di diritto, della sovranità democratica».

Parlando alla comunità di ambasciatori, il giorno prima, Mattarella aveva detto che la Repubblica italiana è «convintamente impegnata nella ricerca di vie di uscita dal conflitto che portino al ritiro delle truppe occupanti e alla ricostruzione dell’Ucraina». Ieri, rivolto alla Forze armate, ha ricordato come in questi 76 anni di Repubblica il contributo, anche delle Forze armate, «alla causa della pace e della cooperazione internazionale si è caratterizzato con l’adesione al Trattato del Nord-Atlantico sottoscritto fra Paesi amanti della libertà, con la costruzione graduale e crescente della unità europea, con la partecipazione all’Onu e alle sue iniziative». Mettendo insieme i discorsi di Mattarella, Draghi e il suo governo ottengono la massima copertura istituzionale rispetto alle scelte fatte. Chi le metterà in forse per giochi elettorali e di consenso politico, sfiderà anche il Quirinale.

Giornalista originaria di Firenze laureata in letteratura italiana con 110 e lode. Vent'anni a Repubblica, nove a L'Unità.