Lo chiamano “il canale verde” e al momento è la cosa più vicina ad un canale diplomatico operativo tra Mosca e Occidente. Nelle ultime ore i primi treni carichi di grano sono arrivati in Polonia e Lituania attraverso la Romania. “I convogli con cui fate arrivare le armi, li potete far tornare indietro carichi di grano” aveva provocato, ma neppure troppo, qualche giorno fa Dimitri Peskov, il portavoce di Putin. Così è stato.

Ieri pomeriggio in una lunga telefonata tra Draghi e Putin il canale verde è stato uno dei temi più importanti insieme alle forniture di gas. Su queste ultime il Cremlino ha garantito la copertura per il nostro paese. Sulla possibilità di liberare il grano ostaggio della guerra potrebbero esserci presto alcuni passi avanti. Draghi ha detto di essersi sentito in dovere di chiamare per evitare una crisi alimentare: «Ho cercato il presidente Putin: lo scopo era chiedere se si potesse far qualcosa per sbloccare il grano che oggi è nei depositi in Ucraina perché la crisi alimentare che si sta avvicinando e in alcuni paesi africani è già presente avrà proporzioni gigantesche e conseguenze umanitarie terribili. Una prima iniziativa che si potrebbe esplorare è se si possa costruire una possibile una cooperazione sullo sblocco dei porti sul mar Nero. Putin ha detto che non è sufficiente a risolvere la crisi alimentare mondiale. Gli ho replicato; “sblocchiamoli altrimenti c’è il rischio che vadano a male”. Putin ha poi detto che il problema è che i porti sono minati».

La minaccia di una crisi alimentare che affama Africa e sud-est asiatico comincia a spaventare anche a Mosca e il Cremlino. Probabilmente non per senso umanitario ma per rendiconto economico visto che il rischio di carestie e di rivolte nei paesi del nord e soprattutto del centro Africa, Medioriente, penisola araba e Asia andrebbe ad impattare con i cospicui investimenti di Russia e Cina in quei territori. Darebbe certamente “fastidio” anche alla Turchia, uno dei pochi canali di dialogo aperti. Paesi come Egitto, Turchia, Bangladesh e Iran acquistano più del 60% del proprio grano da Russia e Ucraina. Libano, Tunisia Yemen e Libia e Pakistan sono fortemente dipendenti da queste forniture. È un argomento molto sensibile, probabilmente sottovalutato da Putin in un primo tempo, e ora diventato “strategico” se la diplomazia russa è costretta ad una narrazione per cui “la crisi alimentare è conseguenza delle sanzioni che l’Europa e l’Occidente hanno imposto alla Russia”.

La verità è che i tredici porti sul mar Nero e sul mar d’Azov, le naturali piattaforme ucraine da cui ogni anno partono oltre venti milioni di tonnellate di cereali con destinazione il Mediterraneo, sono bloccate dal 24 febbraio. La maggior parte dei porti, i loro accessi almeno, sono stati minati. Mosca ha preso il controllo dell’Isola dei serpenti – uno scoglio di 17 ettari davanti a Odessa da cui si controlla tutto il mar Nero – e ha bloccato tutto il traffico mercantile in partenza dai porti ucraini. Creando l’impazzimento dei prezzi non solo dei cereali ma anche di tutte quelle materie prime (ad esempio residui di ferro e acciaio) fondamentali anche per molte aziende italiane. Il pressing sul grano è iniziato a fine aprile alla riunione del G7 delle Finanze a Washington. Draghi, anche per conto di Bruxelles, ne aveva fatto uno dei dossier chiave nel bilaterale con Biden alla Casa Bianca. Mercoledì mattina sono state liberate le prime navi dal porto di Mariupol (gli accessi sono stati sminati dagli stessi russi) con le stive piene più di lavorati del ferro e dell’acciaio che di cereali.

Ma sempre di cargo carichi di materia prime si tratta. Mercoledì sono partiti anche i primi treni. Ma solo la via del mare può veramente liberare i 22 milioni di tonnellate di cereali prigioniere nei silos ucraini, andare a sfamare i popoli nel mondo e lasciare spazio ai nuovi raccolti che in qualche modo, nonostante la guerra e le bombe, sono pronti per essere stoccati. Se si prova ad immaginarla, è una scena a suo modo biblica. Da qui a dire che “il canale verde” è stato aperto, ce ne corre. È l’unico argomento su cui Mosca non può far finta di nulla: sarebbe molto difficile dover giustificare una crisi globale alimentare con rivolte e migrazioni in nome della “denazificazione” dell’Ucraina. Ufficialmente la Russia si dice pronta ad aprire i porti se l’Europa e l’Occidente fanno un passo indietro sulle sanzioni. Controproposta irricevibile, ovviamente. A cui fonti diplomatiche di Bruxelles replicano facendo notare come la Russia abbia creato questa crisi “energetica ed alimentare” come arma da utilizzare insieme alle bombe ed i missili.

Una guerra e armi preparate da tempo visto che tutte queste materie prima hanno aumentato i prezzi fin dalla scorsa estate. I mercati finanziari e strumenti come quello dei futures hanno fatto il resto. “La Russia sta ricattando il mondo” è il grido d’allarme che il ministro degli Esteri ucraino Dmytro Kuleba ha lanciato dal World economic Forum di Davos. Instillando anche il dubbio che, con la scusa degli sminamenti, Mosca potrebbe violare l’accordo, “entrare in porto e attaccarci”. Se questo è quello che avviene sulla scena principale, nelle retrovie e di lato la macchina della diplomazia alimentare sta però lavorando a pieno ritorno. Convinti che questo sia il terreno dove Mosca può essere più sensibile. Da qui i tentativi con Pechino perchè voglia impiegare le sue navi per trasportare il grano fuori dai silos. Mosca non potrebbe mai attaccare l’amica Cina.

Nelle ultime ore c’è stata la telefonata tra il ministro degli Esteri cinese Wang Yi e l’omologa tedesca Annalena Baerbock in cui Pechino si è offerta di fare da tramite e da garante del trasporto. Mosca rilancia con il ritiro delle sanzioni. Ma non può dire no alla Cina. “Questa crisi – ha spiegato la sottosegretaria Debora Bergamini (Fi) – rischia di avere un effetto concreto proprio sui territori dove Pechino esercita più fortemente i propri interessi. Mi auguro che il governo della Repubblica Popolare Cinese si unisca agli sforzi diplomatici dell’Italia e dell’Europa perché si possa esercitare una de-escalation e creare le condizioni necessarie per il dialogo”.

Il blocco dell’export del grano sarà tra i temi principali del Consiglio Ue straordinario, in programma lunedì a martedì. Il pressing sul grano, anche se per ora è stato risolto molto poco, ha fatto comunque abbassare i prezzi. Coldiretti informa che “le quotazioni mondiali sono scese del 12% nell’ultima settimana grazie alle prime navi partite e ai primi treni”. Se però non ci sarà la svolta prevista, al di là dell’inflazione nei paesi “ricchi”, saranno “53 i paesi a rischio alimentare, con carestie e rivolte” (fonte Onu). Come spiegava ieri Maurizio Martina, vice segretario generale della Fao, “un punto di rialzo dei listini globali dei cereali può significare 10 milioni di persone che entrano in stato di indigenza e che soffriranno la fame”.

Giornalista originaria di Firenze laureata in letteratura italiana con 110 e lode. Vent'anni a Repubblica, nove a L'Unità.