Non si spegne l’eco della sentenza della Corte d’appello di Palermo. Ed è comprensibile. Per anni si è evocata quell’indagine come la madre di tutte le inchieste sulla mafia. L’esplorazione laboriosa e difficile del territorio infido e melmoso in cui le istituzioni vengono a contatto con il nemico. Oggi si scopre quel che tanti hanno sempre saputo e spesso taciuto: che quel contatto è talvolta inevitabile, necessario anzi indispensabile per capire, annusare l’aria, percepire le direzioni e che non tutto può essere stigmatizzato come cedevole e collusivo.

La questione è particolarmente delicata, ma porta dritto al cuore del peggiore dei dubbi: perché le mafie non siano state ancora sconfitte in questo paese, malgrado l’impiego di risorse enormi. Semplificando, sono proprio le opposte tifoserie sul processo palermitano che aiutano a capire: c’è chi pensa che l’avversario non sia stato battuto perché ha a disposizione formidabili complicità nei palazzi del potere che manterrebbero in vita un possente sistema criminale fatto da pezzi di cose varie (politica, servizi, multinazionali e via di seguito), e c’è chi pensa che le politiche repressive abbiano dato risultati straordinari, e impensabili un paio di decenni or sono, e che sia arrivato il momento di mettere da parte lo stato d’emergenza per cogliere la debolezza del nemico e favorirne la sostanziale sconfitta strategica.
Troppo banale sostenere che la verità stia in mezzo. Quindi azzardiamo che una delle due fazioni, se proprio non è in torto, quantomeno non abbia del tutto ragione, il ché imporrebbe di per sé vigorose sterzate e dolorose prese d’atto. Al momento è impensabile.

La tesi dello Stato colluso e complice ha sostegni possenti, sedimentati. È sostenuta da dozzine di pubblicazioni, serie televisive, film, interviste, pièce teatrali e già tutto l’armamentario di quella che si potrebbe definire una sorta di “percezione collettiva” della mafia, se non una vera e propria mainstream culturale. A chiedere prove e processi, indagini storiche e ricerche scientifiche che dimostrino questa tesi si perderebbe tempo. Ci sono indizi, sospetti, suggestioni, convergenze, sovrapposizioni, tutta roba buona per quella che una volta si sarebbe definita la cultura del sospetto e che oggi è, come detto, soltanto una sorta di percezione prevalente. Il processo sulla Trattativa doveva essere, voleva essere, la prova definitiva di questa teoria del tradimento dentro le mura dello Stato.

Le condanne per mafia di uomini politici o di appartenenti di primo piano alle istituzioni, in decenni di processi, si contano sulle dita di una mano o quasi; anche a voler conteggiare qualche prescrizione (operazione spericolata sotto un profilo giudiziario e anche morale, ma passi) non si arriverebbe alla decina e poco più. Un bottino magro, magrissimo. Fondare una storia della Repubblica su queste basi sarebbe pura propaganda, lo si fa’ ma con sempre maggiore imbarazzo tra storici e giuristi di rilievo (Salvatore Lupo e Giovanni Fiandaca tra i primi). La sfida lanciata con la Trattativa era, quindi, di grande importanza anche al di là, sia consentito dirlo, del destino degli imputati. È doloroso dirlo per quelle vite sfregiate, ma c’è sinceramente da ritenere che la Weltanschauung, la visione del mondo che costituisce il retroterra ideologico di quell’inchiesta prescinda del tutto dalle singole individualità, dai nomi di quegli imputati. Erano piuttosto rilevanti ruoli, posizioni apicali, topografie istituzionali, non nomi e cognomi, perché solo così poteva aver conferma la tesi di fondo di uno Stato parallelo, neppure clandestino, che opererebbe in sintonia con la mafia.

Quindi sbaglia, e non poco, chi si limita a sostenere che vi sia stata una persecuzione contro Tizio o Caio. L’errore di questa lettura dei fatti è esiziale, perché non si confronta con l’essenza più intima di quell’impostazione che ha visto – è opinione personale – operare magistrati in assoluta buona fede, ma sospinti dalla necessità impellente di tradurre in una sentenza una precisa visione del mondo, dello Stato, della mafia e che si è consolidata in settori non trascurabili della società e della magistratura italiana. La storiografia, la sociologia, le scienze sociali in genere, volendo, sarebbero chiamate a uno sforzo immane per ricostruire questo quadro d’insieme e individuare le tappe attraverso cui questa mistica del complotto si è venuta sedimentando negli strati profondi della coscienza collettiva.

Di fatto agevolando le stesse mafie che enorme vantaggio hanno tratto, nel giogo tirannico sulle popolazioni vessate, dall’essere immancabilmente descritte come fenomeno perpetuo, intangibile, invincibile, sproporzionato. Un gioco degli specchi. Ammoniva Carl Schmitt «attenzione a chi definisci come tuo nemico, perché definendo il tuo nemico definisci te stesso» (Ex captivitate salus) e in troppi ancora, non sempre in buona fede, descrivono il nemico solo per descrivere se stessi e disegnare le proprie ambizioni.