Il suo resoconto possiede un’intensità a volte quasi insostenibile; anche chi, come il sottoscritto, è abituato a leggere questi documenti, resta colpito dal ritmo incandescente del dettato: le condizioni spaventose della reclusione coatta, le attività inutili a cui le povere donne venivano sottoposte, la crudeltà spesso arbitraria delle Kapò, le angherie e soprattutto la fame che divorava le viscere, l’egoismo impietoso delle persone trasformate in bestie ma anche, verso la fine, quando Ginette rievoca il suo trasferimento in una fabbrica, la generosità inaudita di certi operai pronti a lasciare pezzi di pane nascosti nei macchinari industriali a beneficio delle lavoratrici.

Ginette ha molto atteso prima di aprire bocca. A convincerla sono stati i ragazzi che ormai da tempo accompagna ad Auschwitz. La stessa cosa accadde a Ruth Kluger, di sei anni più giovane, l’autrice di Vivere ancora (Einaudi), una delle più potenti riflessioni sullo sterminio nazista. Entrambe queste donne hanno avuto la forza di attraversare la retorica, scansandola d’istinto, insieme agli alibi interiori in agguato per tutti noi: “Io sono diverso, io sono migliore”. Nessuno può dirlo. Solo Ginette ha il diritto di indignarsi, come quando nei paraggi del campo di Birkenau, qualche anno fa, vide una ragazza fare jogging proprio lì. “Correva, tranquillamente. Mi è mancato il respiro. Ho avuto voglia di urlare, di gridarle: “Ma sei matta?”. Salvo andare a capo e chiedersi: “O la matta ero io?”.